Lupin III: Il castello di Cagliostro di Hayao Miyazaki

Questa sera, su Italia 1, alle 23:55 andrà in onda Lupin III: Il castello di Cagliostro. Film d'animazione del 1979 che segnò l'esordio alla regia (di lungometraggi) di Hayao Miyazaki. Quest'opera è stata definita da molti come la meno significativa e personale dell'autore. Mattia Mariotti, invece, sostiene che se osservata con maggiore cura, al suo interno si potranno ritrovare tutti i segni indelebili dello stile del maestro giapponese. Tutto questo lo scrisse in un articolo uscito su Cineforum 468 (acquistabile qui), che riproponiamo, in parte, qui sotto.


Lupin III: genesi della poetica miyazakiana

Ammiratori e detrattori sono concordi nel giudicare Lupin III-Il castello di Cagliostro come l’opera meno significativa di Miyazaki. Acerba, poco personale, incapace di restituire un ritratto del celebre ladro credibile e soprattutto in linea con la tradizione. Può darsi sia così. Ma se ci si accosta al primo lungometraggio di Miyazaki con maggiore cura, se lo si osserva, per così dire, in controluce, ecco apparire gli affascinanti segni che apparterranno, poi in modo inequivocabile, alla poetica del maestro giapponese. L’equivoco maggiore, probabilmente, nasce da una considerazione inesatta del film: non è tanto Miyazaki a misurarsi con la figura (ormai televisivamente affermata) di Lupin, ma è piuttosto Lupin ad essere elevato a misura di Miyazaki. Il personaggio creato da Maurice Leblanc perde molte delle riconoscibili e godibilmente fumettose caratteristiche della serie Tv, per trasformarsi, nelle mani del giovane animatore, in qualcosa di inaspettato e, per certi versi, completamente diverso.

D’altra parte, che si stia assistendo a qualcosa di differente, è chiaro fin dalla prima sequenza. Lupin sta rapinando un casinò. Si cala furtivamente dal palazzo, stipa di banconote la piccola utilitaria (una vecchia 500, primo dei molti omaggi all’Italia) e dà inizio alla fuga. Apparentemente Miyazaki riprende da dove la serie televisiva aveva finito: l’abile ladro in fuga con un prezioso bottino. Ma si tratta di una finta continuità, come finti sono i soldi: il Lupin miyazakiano è destinato ad altri tesori, e ad altra avventura. Che niente avrà a che fare con gioielli o denaro, come sottolinea anche la suggestiva immagine delle banconote sperse dal vento verso l’azzurro del cielo. Dopo i titoli di testa ecco Lupin immerso in un rigoglioso paesaggio, prati lussureggianti corrono insieme alla sua 500 gialla, sullo sfondo un lago accarezza le pendici di imponenti montagne. Nuovo omaggio all’Italia (a cui Miyazaki è molto legato anche per la sua collaborazione con i fratelli Pagot), alle sue Alpi e ai suoi suggestivi paesaggi montani. Il misterioso regno di Cagliostro ha infatti molto in comune con il Belpaese: basti pensare che a Lupin e Jigen vengono serviti, nella locanda del paese, due piatti di spaghetti fumanti. Compare già, insomma, quel fascino di Miyazaki per i paesaggi e la cultura europea, e in particolare italiana, che lo porteranno, ad esempio, ad ambientare le mirabolanti avventure di Porco Rosso nell’Italia degli anni Venti.

Una volta che Lupin giunge al castello di Cagliostro, assistiamo ad un’altra scena che, vista a posteriori, non può che rivelarsi un’anticipazione della poetica visiva di Miyazaki. Il conte di Cagliostro sorvola il lago su una strana macchina volante, l’autogiro, vicina al gusto delle fantasiose invenzioni di Jules Verne. Si tratta del primo di quei marchingegni, all’apparenza così fragili e delicati, che Miyazaki affiderà al vento e alle nuvole in molti lungometraggi successivi (da Laputa, castello nel cielo al più recente Il castello errante di Hawl). E proprio il castello torna quale epicentro narrativo anche nell’avventura di Lupin. Qui è una costruzione medioevale vicina ai castelli della Provenza, in cui Miyazaki propone quella costruzione misteriosamente verticale, quasi a scatole cinesi, che poi apparterrà, per esempio, alla magione della strega Yubaba in La città incantata.

[...] a livello grafico, Miyazaki sembra avere ben presenti lo stile lineare, gustosamente spoglio ma ricco d’innovative trovate dei cartoon americani anni Cinquanta (Chuck Jones, Tex Avery). […] Per questo imputare al primo lungometraggio miyazakiano quale motivo di scarso valore la grafica essenziale e asciutta del disegno pare quantomeno improprio. Così come non si può non tenere conto dell’importanza di Lupin III-Il castello di Cagliostro per tutte quelle “anticipazioni” stilistiche e visive che porta con sé

Anche da un punto di vista tematico appare già in nuce l’orizzonte entro cui si muoverà il maestro giapponese. A partire dal suo rifiuto incondizionato della violenza. Essa viene non per niente rappresentata, qui, quasi sempre con ironia e delicatezza […] Allo stesso modo, appare già centrale anche in Lupin III-Il Castello di Cagliostro l’irresistibile fascino, misto a timida poesia, che Miyazaki avverte per la natura. Non solo paesaggi dominati dalla libera bellezza naturale a fare da sfondo all’avventura, ma anche un finale rivelatore. Il tesoro tanto cercato da Lupin e per il quale il conte di Cagliostro ha perso la vita non è altro che i resti di un’antichissima città romana, che l’acqua teneva celati, e che ora possono offrire ai raggi silenziosi del sole e alle verdi colline tutt’intorno la loro secolare bellezza. L’animazione inarrivabile, dal gusto fragile per i sogni e dolcissimamente malinconica di Miyazaki è nata qui.