Machete di Robert Rodriguez e Ethan Maniquis

Stasera su Rai Movie alle 21:10 Machete diretto dalla coppia Robert Rodriguez-Ethan Maniquis. Riproponiamo la recensione a firma di Pietro Bianchi uscita su Cineforum 504 del maggio 2011.


Sono passati quasi vent’anni da quando, agli inizi degli anni Novanta, è iniziato un lungo processo di riscoperta, sdoganamento e nuovo successo del cinema popolare di genere, B-movies, exploitation film eccetera. Dall’uscita di Resevoir Dogs di Quentin Tarantino abbiamo assistito all’arrivo di riviste specializzate, nuove edizioni dvd, retrospettive a importanti festival come Venezia, oltre che un considerevole numero di nuove pellicole che si richiamano a quella tradizione. L’estetica dei film cosiddetti di serie B, ripulita e ricoperta dell’immancabile patina vintage (vedi i finti segni di usura della pellicola in questo film, così come già accadde per Grindhouse), è entrata definitivamente nell’immaginario comune. Tuttavia accade ogni volta che, di fronte a un film come Machete, che esplicitamente si rifà ai classici topos e stilemi di quella tradizione (così come accade ciclicamente a ogni nuovo film non solo di Robert Rodriguez ma anche di Quentin Tarantino, Takashi Miike eccetera), in molti nel mondo della critica (ma non solo) si chiedano se vi sia davvero un qualche motivo di interesse che non sia limitato soltanto alla sterile ripetizione della consolidata norma di genere. Vi è insomma qualcosa di questo film che possa parlare per così dire “a tutti” e non soltanto indugiare nella rinnovata (nonché rassicurante) identificazione di un sotto-gruppo di spettatori/supporter? 

Da più parti abbiamo segnali di come l’ideologia contemporanea sia pervasa da un compiaciuto gusto psicologizzante. Non è il caso di soffermarsi a lungo sui molti possibili esempi reperibili in senso comune, reality show e spazzatura visiva varia; è interessante tuttavia notare come questa tendenza non faccia eccezione nemmeno al cinema. E in particolare tra i film cosiddetti indipendenti. Non abbiamo un rilievo empirico, ma prendendo un campione a caso dei film indipendenti americani che escono ogni anno tra Sundance/Slamdance, Sxsw di Austin, Tribeca e Toronto, troveremmo probabilmente molti esempi in tal senso. L’esempio commercialmente più celebre dello scorso anno è stato il vincitore al Sundance e poi candidato all’Oscar Winter’s Bone, quello di quest’anno Meek’s Cutoff. Film dove un protagonista fragile e indifeso si trova ad affrontare le difficoltà di un mondo ostile e dove, di conseguenza, la sostanza morale viene sempre preservata intatta, essendo ogni ostacolo proiettato all’esterno. L’identificazione è salva, così come la consolante visione di un mondo dove un briciolo di “autenticità” esiste ancora (anche se sofferente). La mossa, deflagrante e politicamente controcorrente, di registi come Rodriguez o Tarantino non è quella dell’esplicita rappresentazione fumettistica della violenza, o dell’ipertrofico ritmo del montaggio (lo stato della situazione visiva dove si vengono a collocare li rende assolutamente inoffensivi a riguardo), ma semmai dell’attacco che sferrano alla norma psicologizzante. Machete è un film che, programmaticamente, rimane sulla superficie e che nonostante questo sfugge costantemente la riduzione a stereotipo. Simile all’ultimo Alex Cox, al migliore Joe Dante, al Tarantino tutto, Rodriguez riesce a costruire con Machete un’affilatissima macchina di produzione di immaginario politico tramite la pura costruzione di giochi di superficie. Vediamo in che modo.

Questa separazione tra reale e realtà, tra il nocciolo reale invisibile (e proprio per questo più-vero-del-vero) e stato oggettivo delle cose, è al centro delle analisi di stampo psicoanalitico sui procedimenti del comico. Slavoj Zizek, in un’analisi del film Vogliamo vivere! di Ernst Lubitsch, prende come esempio di questa formalizzazione comica del reale una delle scene iniziali in cui la compagnia teatrale al centro della vicenda sta mettendo in scena una pièce sul nazismo. Durante le prove, l’attore che deve impersonare Hitler viene continuamente fermato del regista insoddisfatto delle sua prestazione, imputata di essere troppo poco realistica. La scena viene più volte ripetuta, ma l’attore continua a essere interrotto. Nonostante i suoi costumi, la sua perfetta somiglianza con il dittatore tedesco, il suo tedesco impeccabile, la sua performance sembra non riuscire a cogliere quel “non so che”, quel reale che invece fa di Hitler il terribile dittatore nazista che è. Dopo un numero estenuante di ripetizioni, il regista guarda in alto, e fa un balzo sulla sedia indicando una foto di Hitler che sta proprio al centro della scenografia e proclama trionfante: «Ecco! Ecco! Hitler è proprio così!». A cui l’attore risponde: «Ma signore, quella è una mia foto!». In questo esempio vediamo che la costruzione del “reale”di Hitler non può che passare attraverso il montaggio di diverse rappresentazioni eccessive. Il procedimento è radicalmente de-psicologizzante, perché individua quel “non so che”, quel “reale”più vero della realtà nella distanza tra diverse rappresentazioni, nessuna delle quali istituisce un rapporto di semplice rispecchiamento con la realtà propriamente detta. Si potrebbe dire che così come per Lubitsch l’unico modo per rappresentare il reale di Hitler sia il montaggio di diversi livelli di rappresentazione (nessuno dei quali appartiene direttamente a Hitler), per Rodriguez, così come per l’ultimo Tarantino, l’idiosincratica esposizione del tratto grottesco, il montaggio di diverse rappresentazioni, il discorso ideologico preso alla lettera e portato alle estreme conseguenze, faccia parte di un gioco di superfici de-psicologizzate (ogni singolo personaggio di Machete è una maschera di assurdità) tutt’altro che autoreferenziale, e che abbia come posta in palio l’esposizione di un “reale”, in questo caso politico. In questo senso, il tema dell’immigrazione messicana in Texas (tema la cui assenza delle forme più diffuse dell’immaginario contemporaneo sarebbe da non trascurare) in Machete andrebbe preso affatto seriamente. Forse la ripresa e il successo mainstream dell’estetica dei B-movies, almeno per quanto riguarda l’uso che alcuni registi ne hanno fatto (Dante, Cox, Tarantino, Rodriguez), ha a che fare meno con il tributo a una tradizione da riscoprire e più con una scelta formale consapevole che produce una critica alla diffusione del finto psicologismo cinematografico.