Mad Max – Oltre la sfera del suono di George Miller

Questa sera su Italia 2 (canale 35) alle 23:10 Mad Max – Oltre la sfera del suono di George Miller. Film del 1985 e terzo capitolo della serie, dopo Interceptor (1979) e Interceptor – Il guerriero della strada (1981). Il quarto è il ben più recente Mad Max – Fury Road del 2015. Siamo andati a recuperare la scheda che scrisse Adriano Piccardi per Cineforum 250.


A suo tempo il sistema dei generi è servito, tra l'altro, anche a delineare una divisione funzionale del materiale mitologico esistente, a disposizione delle incursioni più disparate, e delle possibilità collegate all'esplorazione narrativa e figurativa del moderno. Sforzo principale è stato per decenni quello di modulare l'intreccio dei due ambiti (rivisitazione del repertorio tradizionale/emergenza delle nuove figure) nell'intento di tratteggiare un nuovo panorama del nostro «essere nel mondo», dove ogni particolare fosse portatore di valori identificabili, e ogni valore passibile, trasparentemente, di approvazione o disapprovazione. Il declino inarrestabile del sistema pazientemente costruito non è stato senza legami con mutamenti sociali, culturali, striscianti e inarrestabili, che da un paio di decenni hanno modificato sempre più evidentemente i punti di riferimento precedenti. Tale declino ha dato luogo, negli ultimi anni, a quel meta-genere avventuroso - «post-storico», sempre più separato dalle coordinate storiche contemporanee, e insieme popolato di personaggi identificabili a modelli da noi perfettamente intelligibili, di cui anche i film della serie «Mad Max» fanno parte. Vi si possono scorgere reperti sia del western che del gangster film, giocati all'interno di una dimensione - road movie, fortemente astratta e contemporaneamente esasperata, velocizzata (la lezione è stata evidentemente raccolta anche da alcuni risultati della cosiddetta «new Hollywood», datati prima metà anni '70).

La scelta operata da Miller con intelligenza, è stata quella di muoversi su un territorio cosparso di frammenti, che tali devono restare, nell'impossibilità di coagularsi in nuove costellazioni conoscitive/progettuali plausibili. Nel film precedente della serie (Il guerriero della strada) è stato sicuramente raggiunto il risultato migliore, a cui il materiale disponibile poteva dare luogo: il racconto organizzato nella dissipazione dinamica di tutto ciò che un tempo aveva costituito il sistema dei simboli e delle figure appartenenti al genere di riferimento. Quasi avesse preso coscienza - come si suol dire - solo a posteriori delle implicazioni mitologiche rivisitate, Miller ha deciso di puntare, per l'attuale terzo episodio, tutto sulla loro evidente sottolineatura, orientandole però questa volta in una direzione «positiva», aggregante, votata al recupero di una socialità (di un embrione - ma sano - di socialità), dei quale facciano parte, oltre alla lotta presente per la sopravvivenza, anche la memoria del passato e la speranza nel futuro. Il film ne risulta spezzato in due tronconi. Nel primo sta il Mad Max che conosciamo, il guerriero di ventura, cavaliere errante che nell'azione e nella battaglia consolida la propria individualità, alla ricerca della propria salvezza dalla parte di chi può promettergli di più. Ma poi, improvvisamente e senza spiegazioni, il personaggio si trasforma: la tradizionale impulsività lo piega inopinatamente all'indecisione, al dubbio, al «sentimento» fin troppo apertamente additato come tale; il terreno viene bruciato inesorabilmente intorno ai Mad Max di ieri. Su questa accentuata debolezza si vanno affastellando i simboli che dovrebbero rifondare il personaggio, accrescendone la profondità e la complessità. La valenza potenzialmente paterna di Max (che nel primo episodio era stato del resto realmente padre) viene esasperatamente enfatizzata dall'irruzione nel racconto della tribù infantile che lo elegge a propria guida. Ma, anche qui, che cosa c'è che già non fosse nel rapporto tra lo stesso Max e il bambino dall'affilatissimo boomerang, in Il guerriero della strada? L'eccesso di volontà significante ha come effetto principale quello di ingolfare il racconto, facendogli perdere ii ritmo che lo aveva sostenuto nella prima parte. Il protagonista è come disorientato e portato al limite dell'annichilimento, prima che il ritorno in città possa funzionare come propellente narrativo ulteriore; anche se il finale ha il suo momento forte in un inseguimento che è solo il ricalco di quello visto nell'episodio precedente.

Ha certo nuociuto al film la volontà di «nobilitare» il personaggio e la materia. L'abile movimento «a togliere» che aveva sostenuto l'esemplarità e il funzionamento del n. 2 (anche in intelligente contrasto con l'incredibile capacità di Miller nella sfaccettatura «barocca» di uno spazio reale azzerato ad una bidimensionalità di per sé scoraggiante), cede questa volta il posto a una ridondanza assai meno efficace nella sua enfasi «didattica». Ciononostante la mano di Miller si fa riconoscere (anche se il film è stato firmato insieme a George Olgivie) nei momenti migliori, proprio per quella sua capacità di manipolare visivamente lo spazio del racconto, accrescere lo scambio dinamico tra campo e fuori campo, per una progressione drammatica delle singole situazioni, ottenuta meno con ciò che viene mostrato che non grazie al modo con cui viene costruito il luogo dell'azione.

Abilità, questa, dimostrata del resto anche al di fuori della serie Mad Max. Il suo episodio finale del film Twilight Zone è certamente il più riuscito, per ciò che concerne costruzione e sviluppo drammatico dell'azione rispetto all'ambiente che la contiene. Miller è anche realizzatore televisivo che ha all'attivo alcuni lavori a puntate, realizzati per la TV australiana e trasmessi anche all'estero. C'è solo da sperare che il successo di pubblico ottenuto da questo terzo Mad Max possa favorirne la messa in onda (pubblica o privata che sia) anche sui nostri teleschermi.