Mars Attacks! di Tim Burton

Oggi, alle 17:10, su Paramount Channel andrà in onda Mars Attacks! di Tim Burton. Su Cineforum 362 (acquistabile qui) dedicammo uno speciale al film. Rupibblichiamo, per l'occasione, alcuni estratti dell'articolo scritto da Maria Teresa Cavina.


[…] Abbastanza maledette, molto trashy, fortemente influenzate dai B-movie di quegli anni, le figurine certo non potevano sfuggire all'attenzione di Tim Burton. Anche per Mars Attacks! però vale il principio che non ci si deve fidare delle notizie che precedono l'uscita di un film (con l'aggiunta che è bene, talvolta, fidarsi moderatamente anche delle dichiarazioni del regista) poiché la parentela con B-movie e figurine, a guardar bene, non è poi così stretta (come del resto non lo era stata tra il Batman burtoniano e quello dei fumetti). 

La struttura di Mars Attacks!, infatti, avrebbe dovuto essere, in base alle dichiarazioni, molto simile a quella di cui si diceva per Indipendence Day, cioè un robusto miscuglio di fantascienza e catastrofico.[…] Il film infatti inizia applicando la struttura policentrica tanto cara al catastrofico. Mentre attendiamo l'arrivo dei marziani veniamo in contatto con il Presidente, l'Esercito, la Scienza (Washington), con gli studi televisivi (New York), con una famiglia che vive in Trailer-Park (Kansas) e con alcuni bizzarri personaggi che abitano la città più bizzarra del mondo (Las Vegas). Fiduciosi, attendiamo che i personaggi con cui abbiamo fatto conoscenza diventino protagonisti, entrino a far parte dell'azione principale, combattano, soffrano e, in base ai meriti, muoiano o siano a vario titolo gli artefici dell'inevitabile vittoria finale. Ma niente di tutto questo accade: i personaggi non convergono verso il luogo della salvezza o della riscossa, non è possibile stabilire gerarchie, non ci sono né buoni da premiare né cattivi da punire (in realtà un "criterio di salvezza" c'è, ma ne parleremo in seguito). Né i modelli desunti dalla fantascienza vanno molto più in là: c'è una sterminata flotta spaziale diretta verso la terra, c'è un attacco, ma ad esso non corrisponde alcuna coordinata reazione e perfino la riscossa finale è puramente casuale. E mentre attendiamo inutilmente il botto di un ordigno narrativo che si rifiuta di esplodere, ci accorgiamo che Burton attraverso un diverso paesaggio ci ha di nuovo condotto nei suoi territori, quelli di Frankenweenie e di Edward mani di forbice per intenderei, dove l'ottusità opprime, la cecità uccide, la comunicazione non riesce a trovare un destinatario; e che la progressione drammatica è assente in Mars Attacks! perché è assente nei personaggi una qualche capacità di progressione cognitiva. 

[…] In una delle prime scene del Dottor Stanamore Jack D. Ripper, il generale che innesca la catastrofe nucleare, telefona al proprio assistente e gli chiede ripetutamente «Riconosci la mia voce?». Sembra una domanda banale, addirittura ridicola, eppure, per tutto il film tutti continueranno a parlare al telefono e a parlarsi ininterrottamente, tutti riconosceranno la voce di tutti, ma nessuno sarà in grado di capire una sola parola dell'altro poiché, in realtà, tutti non parlano che a se stessi. […] In Mars Attacks! la domanda potrebbe diventare «Riconosci la mia faccia?» e infatti tutti riconoscono la faccia di tutti, tutti vedono tutto, marziani compresi, ma nulla di ciò che vedono permette loro di raggiungere un maggior livello di comprensione della realtà poiché non cercano che di vedere il riflesso della propria immagine o delle proprie aspettative. E così, mentre ripetono (ma c'è da fidarsi del traduttore universale?) “Veniamo in pace!”, i marziani sono liberi di farsi beffe di monumenti e simboli, di fare a pezzi cose e persone mentre sulla Terra, fino alla morte, presidente, esercito, scienza e televisione continuano a contemplare compiaciuti la propria immagine riflessa. […]

[…] Spesso per i film precedenti (soprattutto per Batman e Edward mani di forbice) si è parlato di influenze derivate dalla Pop Art. In Mars Attacks! il rapporto di Burton con la Pop Art si definisce meglio lasciando emergere una serie molto interessante di elementi. Finalmente, infatti, si percepisce, senza ombra di dubbio, che Burton non rende semplicemente omaggio alla Pop Art né la utilizza con intenti puramente decorativi bensì agisce per vie parallele e personali. Egli divide con gli artisti "storici" pop un medesimo fastidio per l'arte colta (ne abbiamo uno splendido saggio in Batman con la performance di Joker nel museo) e una grande attenzione per tutto quanto attiene alla cultura popolare, di massa, al repertorio visivo a disposizione dell'americano medio, ma non di quello contemporaneo, bensì dell'uomo degli anni '50 e '60. 

Gli artisti pop prendevano dalla strada, dalle riviste, dai fumetti, dai supermercati e dalla televisione gli oggetti della loro attenzione, estraevano dal tumultuoso flusso del quotidiano un segno, un oggetto, un'immagine e gli concedevano un'attenzione particolare che doveva peraltro essere priva di ogni implicazione emotiva. Burton rivolge la sua attenzione al medesimo universo ma, più di trent'anni dopo, i luoghi in cui la sua ricerca avviene non possono più essere i medesimi ed egli, infatti, trova i suoi materiali nell'enorme mole di detriti visuali che si sono accumulati nella memoria di massa americana, dove si sono caricati di valori affettivi e valenze simboliche. La Pop Art stessa non può essere solo asettico riferimento artistico ma diventa inevitabilmente, a sua volta, nello spirito e nelle forme, parte di quei detriti, in un gioco di rimandi dai confini difficilmente definibili. 

[…] Alla fin fine Burton è riuscito a rendere concreti l'incubo e il sogno della Pop Art: ha avvelenato di espressionismo gli oggetti trash ma ha anche realizzato l'utopia pop di creare un prodotto d'arte multiplo e fruibile dalle masse: un film.