Mia madre di Nanni Moretti

Questa sera alle 21.15, su Rai 3, prima tv per l'ultimo film di Nanni Moretti, Mia madre. Ripubblichiamo la recensione che Emanuela Martini scrisse per il sito all'uscita del film, nell'aprile 2015.


Ci sono due scene di assoluta purezza in Mia madre, che mi sembra racchiudano, quasi come due parentesi, non tanto il senso (che è semplicissimo e umanissimo, come diceva don Giulio in La messa è finita alla madre morta: «Perché l'hai fatto? Ora chi ci pensa a me? », e questo vale anche se sei stato tu ad accudire tua madre, in una spontanea inversione di ruoli, perché "lei" resta comunque l'ultimo ostacolo tra te e la tua morte), quanto il "flusso" del film, di un film costruito, appunto, come un flusso, di coscienza, memoria, paure, rimpianti.

Una scena è una sorta di veloce flashforward: tutti quegli scaffali vuoti e quegli scatoloni chiusi che contengono i libri tanto amati che vediamo e rivediamo nelle librerie della casa di Ada. Una malinconia che spezza il cuore, un equilibrio che va in frantumi, una cesura nei gesti, nei luoghi, nelle sicurezze della vita di ognuno.

L'altra scena è quella in cui Margherita e il marito insegnano alla figlia Livia ad andare in motorino: un pezzettino di sole e di quiete in mezzo all'accavallarsi delle nevrosi e dei dolori di ogni giorno, l'idea della vita "dopo", un'altra vita, quella di Livia.

Banale? Normale? Ma l'arte si fa così, parlando delle emozioni, dei cicli che tutti attraversiamo nella realtà (anche Huggins, esasperato, chiede a gran voce di essere riportato alla realtà). Il segreto dell'artista consiste nella maniera in cui mette insieme i pezzi di storie che sono state raccontate infinite volte. E qui Nanni Moretti riesce in un'impresa non facile: raccontare una storia che vive tutta dentro la testa e il cuore della protagonista Margherita, in quel dialogo costante e assillante che ognuno di noi intrattiene con se stesso, in un andirivieni di immagini improvvise del passato e del futuro, di rimbrotti e battibecchi, dubbi e certezze, di persone presenti o perdute con le quali continuiamo a confrontarci.

In Mia madre, si va e si viene dalla realtà di Margherita, in ogni sua dimensione, anche quella psichica e onirica, e tutto si salda con armonia, senza soluzione di continuità, tutto "si vede", com'è giusto che sia, nella forma concreta della realtà, tutto è molto più vero di quanto non appaiano le scene del film sugli operai in lotta che si sta girando, è più caldo, più pieno, più vivo, meno retorico.

L'altra scelta fondamentale di Moretti è stata quella di mettersi di lato (tenendo per sé una parte molto bella e rassicurante) e scegliere una donna come alter ego. Certo, sappiamo tutti che Margherita è Nanni (anche perché le cuce addosso tormentoni tipicamente "morettiani"). Ma è anche vero che le donne sono più disposte degli uomini a riconoscere e soprattutto ad ammettere il loro senso di inadeguatezza, a dire: non posso farcela, non capisco e, magari, il regista è uno stronzo. E da qui si finisce dritti nella frase, nella lezione di Brecht, che Margherita continua a ripetere ai suoi attori: «Fai sentire l'attore accanto al personaggio», che certo è anche un po' ironica, ma che soprattutto invita (i registi come gli attori) a far sì che gli spettatori mantengano quel minimo di non coinvolgimento indispensabile a farli ragionare: essere dentro ed essere fuori dal film, anche per il pubblico. E, in questo senso, Mia madre è perfetto: dolorante e inquieto ma mai ricattatorio, un film fatto di lacrime interiori, che si consumano nei ricordi che dilagano e nelle aspettative che si restringono. Ma, per fortuna, c'è Livia.