Million Dollar Baby di Clint Eastwood

Su Cineforum 443 si trova lo speciale dedicato a Million Dollar Baby, che stasera Rai Movie (canale 24) trasmetterà alle 22:40. Il film nel 2005 si aggiudicò quattro premi Oscar: miglior film, miglior regista a Clint Eastwood, miglior attrice protagonista (Hilary Swank) e miglior attore non protagonista (Morgan Freeman). Abbiamo scelto l'articolo di Emiliano Morreale che qui vi riproponiamo. I pezzi di Francesco Cattaneo, Adriano Piccardi e Fabrizio Tassi potete trovarli sulla rivista (versione cartacea e pdf).


Le amare vittorie di Maggie

Piccola premessa: mi è spesso capitato di notare che i melodrammi di Eastwood piacciono più agli uomini che alle donne. Perfino I ponti di Madison County, che in apparenza era un perfetto women’s film, ha commosso in particolar modo gli spettatori maschi. Ma il cinema di Eastwood si nutre spesso, ossessivamente, dialetticamente di personaggi femminili. Il personaggio centrale di Million Dollar Baby è uno dei più fecondamente ambigui del suo cinema. Una donna non-donna, che mette insieme l’impossibilità di Eastwood ad amare le donne e il rapporto padri-figli, centrale nel suo cinema.

Visivamente, Hilary Swank è una figura abbastanza impressionante. Una macchina da guerra, diretta allo scopo, secondo una logica quasi animale di lotta per la vita. Maggie è una ragazza condannata dalla sua appartenenza white trash, e cerca il suo riscatto con ogni mezzo. A vederla, mentre picchia così duro, mostra inquietanti somiglianze con Lynndie Egland, la soldatessa 21enne torturatrice di Abu Ghraib. Gli scopi e il mondo di Maggie non hanno niente di nobile, ma nemmeno da un punto di vista del puro vitalismo. Insomma Maggie non può essere in nessun modo un eroe, un ambiguo superuomo come Bird o cripto-Huston di Cacciatore bianco, cuore nero.

L’entusiasmo che ha accompagnato quest’ultima fatica del grande regista mi pare insomma equivoco. Sinceramente epico e tragico, Eastwood vale proprio per la sua fiera distanza dal cinema americano attuale, ma quest’ultimo è assai diverso dai suoi grandi film ultimi. In quelli, i presupposti e le radici dell’America erano condotti (secondo un procedimento assai simile) alla distruzione di sé e dell’altro. E assai diverso era anche lo strazio di Un mondo perfetto, che aveva al suo centro un perfetto antieroe e in cui il personaggio da Eastwood interpretato rappresentava non solo lo spettatore, ma anche il riluttante assassino della bellezza e della giustizia, del sogno americano. Million Dollar Baby, in questo senso, somiglia più a Gunny che a Mystic River nell’ambiguità dei presupposti, nell’onestà e nella violenza con cui prende dei personaggi sgradevoli, violentemente odiati e amati, e li espone a una realtà vista spietatamente. In più, con gli anni, il regista patisce sempre più della distanza tra l’America che lui ama e sogna e il presente.

Eastwood insomma non si fa nessuna illusione. La sua morale non è hawksiana, stoica, è nichilista. Il maggior pregio di Million Dollar Baby è il suo pessimismo senza scampo, dall’inizio. È una storia di losers, ma lontani mille miglia dalla dignità hemingwayana (quella che ancora echeggiava nel Fat City di Huston). È vero che Maggie «ha avuto la sua occasione», come ripete il film, ma questo vien detto a parole, e sembra continuamente smentito dalle immagini. Il successo cui pervengono i personaggi appare illusorio, di cartone. Quel che continuiamo a vedere è una parata di solitudini, squallidi motel, strade secondarie e palestre di periferia.

Il rapporto di Eastwood con la narrazione classica, con la sceneggiatura, si sviluppa secondo lo stesso principio. I suoi film sono strutturati con personaggi già noti al pubblico (l’allenatore rude, l’assistente nero, la giovane testa matta), con snodi narrativi collaudati e riconoscibili. Ma la sua distanza dal presente è anche in questo caso essenziale, esplicita. Si è detto che il nuovo corso della politica americana ha messo in crisi gli artisti e gli intellettuali liberal e radical (ne erano una prova molti film degli ultimi tempi, da Sayles a Demme) i quali non trovano più strumenti per opporsi a un’America che, anzitutto politicamente, fa loro orrore. Ma per i reazionari all’antica come Eastwood non va tanto meglio. E li vediamo oscillare tra ferree allucinazioni apocalittiche che non lasciano scampo e ritratti di eroi un po’ ripugnanti, in cui è impossibile credere, circondati da famiglie atroci, condotti a sicura morte per una strada di illusioni, di ostinazioni brute e di silenzi insostenibili. A quel punto, più che un gesto di dolorante pietà, uccidere Maggie è un gesto di assoluta, completa disperazione, un addio a ogni illusione. Alla fine degli Spietati e di Mystic River non restava in piedi nulla, nemmeno le fondamenta. Qui, pur solo, sconfitto e fuori scena, Morgan Freeman raccoglie i resti e resiste quel tanto per raccontare. In questo senso, l’inquadratura della corsia d’ospedale vuota è l’immagine definitiva del film, la più desolata. L’unica lezione di stile e di dignità possibile è ormai proprio nello sguardo del regista, di magistrale laconica classicità.