Mission di Roland Joffé

Questa sera, su Rai Movie, alle 23:50 andrà in onda Mission. Palma d'oro del 1986, diretta da Roland Joffé, con Robert De Niro e Jeremy Irons. Ripubblichiamo qualche estratto della scheda a frima di Giorgio Rinaldi che uscì su Cineforum 259 (acquistabile qui).


Cascate d'emozioni, chilotoni di rimorsi: Mission, il film di Roland Joffé, è una sorta di western che spazia in un Ovest nuovo: quello dei bacini del Paraguay, del Paranà e dell'Uruguay, teatro della più strana utopia che sia mai passata al vaglio della storia. Tra l'inizio del XVII secolo e la metà del XVIII, missionari visionari della Compagnia di Gesù edificarono nella giungla città ideali, battezzate reducciones, nelle quali «riducevano» i nomadi alla sedentarizzazione e i politeisti alla fede nell'unico Dio. […]

Capolavoro, meritevole di Palma d'oro (Cannes 1986), o melodramma corrivo? Epopea o macchina spettacolare? Mission può legittimare molte risposte per la complessità degli elementi che vi si intrecciano. È un viaggio geografico, storico e spirituale, un'avventura emozionale e una riflessione sul passato che tocca la vita di oggi. La sceneggiatura di Bolt accumula i materiali più disparati: la giungla impenetrabile, i buoni selvaggi, i colonizzatori cattivi, i preti magnanimi, i delitti del potere, i martiri degli innocenti, suggerendo anche che la lotta ingaggiata nella giungla del Paraguay è solo un pallido riflesso di quella aperta nelle giungle delle corti europee. Il film parla anche al presente attraverso il simbolismo e la carica spirituale. Ci sono allusioni alla Chiesa dei poveri e alla teologia della liberazione. Si ritrovano, nei gesuiti protagonisti, Gabriel e Mendoza, le due scelte evangeliche in terra di missione, e in Altamirano i compromessi del potere ecclesiastico e i dubbi dell'intelligenza. La regia di Joffé, da parte sua, dimostra l'abilità e l'ingegno coreografico già sperimentati in Urla del silenzio (The Killing Field, 1985). Lo spendore delle cascate dell'lguaçu non solo costituisce una barriera naturale tra il mondo «Civilizzato» e quello «selvaggio», ma è anche una metafora della maestosità della natura che si erge al di sopra delle miseri dell’uomo.

Per interesse del soggetto (fortissimamente voluto dal produttore Ghia), oculato dispendio di mezzi (venti milioni di dollari) e apporti di indubbia professionalità (la fotografia di Menges, le musiche di Morricone, le interpretazioni di De Niro, lrons, McAnally) il film raggiunge grande efficacia e alta presa spettacolare. Ma tutti questi contributi, uniti alla magniloquenza della sceneggiatura e della regia, finiscono per sacrificare il tema del film, che meglio sarebbe stato valorizzato senza tanti apporti addizionali. Bolt riconferma Infatti la sua tecnica narrativa troppo legata ai canoni hollywoodiani e al cinema d'avventura con parentesi psicologiche, scivolando nella schematizzazione e nell'enfasi retorica. Sua è la visione manichea di una società e di un tempo, che, come tutti i tempi e tutte le società, furono certo meno contrastati e semplici. Gli eroici gesuiti, qui ritratti con tanta partecipazione, contavano senza dubbio nei loro ranghi qualche dittatore in sottana, mentre i coloni iberici non erano certo tutti bruti sanguinari. Joffé, a sua volta, punta a caricare troppo il dato epico, aggiungendo enfasi registica alla spettacolarità della natura, fino a soffocare il contrasto tra valori etici e imperativi politici e la dialettica tra i due regni. Inoltre il regista svolge la sua riflessione sul passato coloniale, sul rapporto tra il bianco e le culture primitive, sullo scempio inflitto alle culture indie ricorrendo a clichés abusati (bimbi travolti dalla ferocia dei grandi, personaggi che interrogano gli spettatori...), col rischio di conferire al tutto la patina di un libro illustrato per adulti bambini. […]