Mystic River di Clint Eastwood

Questa sera su Iris alle ore 23:35 andrà in onda Mystic River. Uno dei lavori più importanti di Eastwood dello scorso decennio. Presentato al Festival di Cannes nel 2003, vinse successivamente svariati premi (tra cui due Oscar e due Golden Globe). Pubblichiamo la recensione di Adriano Piccardi apparsa nello speciale che Cineforum340 dedicò al film (numero acquistabile qui).


Nel suo personalissimo itinerario, anche geografico, alla ricerca del “lato oscuro” dell’essere statunitensi oggi (che negli ultimi anni si è articolato in quattro film, tutti memorabili: Potere assoluto, Mezzanotte nel giardino del bene e del male, Fino a prova contraria e Debito di sangue), Clint Eastwood è approdato a Boston, cioè in una di quelle città che per motivi storici, culturali, economici possono ben vantarsi di essere quanto di meglio gli Stati Uniti d’America siano in grado di mostrare di sé ai propri cittadini e al mondo.

In questa Boston “maledetta” Mystic River va a rinchiudersi trasformandola nell’unica Boston possibile, dalla quale l’altra, la città perbene, viene completamente esclusa. Anche quando sembra spostarsi fuori dal suo perimetro, la macchina da presa non può evitare di rivolgersi ad essa. Come nella scena in cui ricompare Sean, adulto e poliziotto, sul ponte dove è intervenuto in seguito a una sparatoria, dal quale è come costretto a guardare i quartieri in cui è cresciuto e dove di lì a poco tornerà per indagare sull’omicidio della figlia di Jimmy. Ogni elemento concorre dunque all’identificazione di un luogo e alla sua trasformazione in un mondo non solo ossessivamente ripiegato su se stesso e sui propri valori, ma anche in grado di riprendersi in qualsiasi momento coloro che hanno tentato di uscirne, di tenerlo ai margini della loro esistenza e dei loro ricordi. Si tratta di un’opzione drammaturgia perfettamente in linea con la consapevolezza, dichiarata da Eastwood, di aver voluto lavorare su una “tragedia americana”: definizione, questa, che peraltro si conferma perfettamente nell’incorniciatura del racconto tra una discussione iniziale sul baseball e la parata conclusiva del Columbus Day. Come ogni tragedia classica, anche questa deve consumarsi all’interno di una unità di spazio identificabile: un cineasta come Eastwood, di limpida e austera classicità, non poteva non cogliere le potenzialità universalizzanti racchiuse nella scelta di condurre la narrazione in un ambiente così minuziosamente caratterizzato, sistematicamente ricondotto ai suoi “segni particolari” (topografici, relazionali, valoriali). 

La forza del film, la sua capacità di diventare portavoce di un punto di vista tra i più dolorosi e disincantati oggi possibili sulla società statunitense e sulle sue prospettive, deriva anche dall’identificazione di un tema narrativo esemplarmente circoscritto: venticinque anni dopo la violenza sessuale inflitta a un ragazzino, si verifica una nuova, tragica violenza, che porta allo scoperto e rende, per così dire, coerentemente operanti le conseguenze innescate della prima, fino al loro ultimo e inevitabile (ancorché “ingiusto”) compimento. La violenza è dunque un fattore, una componente della vita sociale che non è possibile né realistico pensare di estirpare. Mystic River ci mostra questa tremenda verità in maniera stringente, inequivocabile. Non ci sono nel film concessioni, giustificazioni ideologiche circa un qualsivoglia “valore” collegato a questa necessità: torna alla mente, a questo proposito, la considerazione che, ne Gli spietati, Munny fa su ciò che rende terribile l’atto di uccidere un uomo, senza che questa sua consapevolezza gli impedisca, di lì a poco, di ricominciare a uccidere a sua volta. La constatazione è resa questa volta particolarmente asciutta e, per così dire, irrevocabile anche dall’assenza, fra gli interpreti, dello stesso Eastwood che, con la sua sola immagine, avrebbe potuto trainare nel discorso residui catartici legati alla memoria del “personaggio” complessivo che egli comunque incarna. Perfino la figura del revenant, così indispensabile nella messa a punto dell’universo narrativo eastwoodiano, finisce per essere fatta a pezzi con cupa ironia: colui che dovrebbe incarnarla (e che si fa portatore addirittura di un momento di esplicita teorizzazione a questo proposito, identificandola nel personaggio del vampiro) è proprio Dave, il più tormentato e fragile e (ovviamente) segnato dei tre “amici”, destinato a soccombere proprio perché incapace di dare credibilità, agli occhi degli altri, a questo ruolo che egli non ha potuto evitare di riservarsi. La sua riflessione sul vampiro, del resto, si svolge davanti a uno schermo televisivo in cui passano le immagini di Vampyres di Carpenter. Come dire: il referente che dovrebbe sostanziarla è costituito, in realtà, da una finzione al secondo grado, per di più desaturata di gran parte della sua aura originaria appunto perché filtrata attraverso il medium televisivo.