Non essere cattivo di Claudio Caligari

Questa sera su Rai Movie (canale 24) alle 21:10 il terzo e ultimo lungometraggio di Claudio Caligari (scomparso durante la lavorazione del film): Non essere cattivo, presentato fuori concorso alla 72esima Mostra del cinema di Venezia. Su Cineforum 548 pubblicammo la recensione di Roberto Lasagna (ve ne proponiamo alcuni estratti). Potete leggere anche quanto scrissero per il sito Andrea Pirruccio e Federico Pedroni.


Tra disincanto e vitalità

Claudio Caligari, come noto, è mancato durante la realizzazione del suo terzo lungometraggio, e il montaggio che possiamo vedere di Non essere cattivo è il primo e il solo voluto dal regista, [...].

Il regista porta, in Non essere cattivo, l’esperienza documentaristica, il ricordo e la cifra dei lavori sull’eroina e il suo mondo, e i suoi lungometraggi, che alzano la scommessa estetica lungo livelli di partecipazione che avvicinano Caligari al più teso “cinema esistenziale”, raccolgono la ruvidità di un confronto estremo con il corpo e con il proprio tempo. In un contesto di violenza e mancanza di approdi, in Non essere cattivo sorprende innanzitutto il disincanto che si trasforma in vitalità, quella partecipazione sorvegliata e straniata alla vicenda di due “fratelli di strada” che, dopo una vita letteralmente divorata dalle droghe e dai piaceri, ambirebbero a sistemarsi, si affannano smaniosi a trovare una casa e un amore, un lavoro che ponga fine all’angoscia di tutte le loro dipendenze. [...]

Ritratto crudo e partecipato di una scena sociale in cui i sogni sono chimere da afferrare e piegare alla volontà del momento, quello del regista di Arona è anche un ritratto sconcertante di quanto poco il cinema o la televisione ci mostrano, in termini di rappresentazione veritiera, degli sviluppi nella vita degli “ex ragazzi di strada”. Cosa succede quando le droghe sintetiche uccidono la volontà e il pensiero? Caligari riprende i “residui” della società, individui che non sono aiutati dai centri socio-assistenziali perché nessuno ha la forza, le intenzioni o il denaro per venire loro incontro. Disegna una parabola orizzontale e cupa di vite eccezionali nella spietata ordinarietà del loro destino. Resta vicino ai suoi interpreti, li riprende frontalmente con le inquadrature ruvide e dirette di una rappresentazione mai “rapita” ma attenta e, a tratti, esortativa. Come se fossero malati di eterna dimenticanza, i consumatori di droghe sintetiche non possono prevedere che il futuro sarà condizionato da defaillances gravissime a livello cognitivo, che renderanno arduo il percorso della volontà.

[…] “Non essere cattivo” è quanto bisogna ogni tanto ricordarsi di fare in un contesto di violenza generalizzata. Questa indicazione etica fa da sfondo a una dimensione nella quale, in realtà, tutti sono coscienti di dover tirare fuori la scorza più ruvida, il colpo più duro di una boxe di strada.

[…] In un universo di coatti, di omologazione suburbana, lo sguardo di Caligari è quello di un osservatore cosciente di essere un rarissimo indagatore di un’archeologia solitamente falsata, raccontata con abbondanza di stereotipi. E in questa unicità di sguardo, deve essersi sentito, e a ragione, una sorta di “coscienza marziana”. Un film disperato, il cui primo montaggio è stato anche l’ultimo e dunque un film affannato e sofferto, capace di offrire un qualche monito di speranza nel riconoscimento dell’importanza di uno sguardo; ne è già prova il fatto che il film, malgrado tutto, sia uscito e si stia ritagliando un suo spazio di attenzione.

Senza dubbio un film che, nella descrizione del mondo di Ostia datato 1995, evidenzia uno snodo tra il presunto tramonto dello spaccio di eroina e il trionfo delle droghe sintetiche, per poi vedere riapparire l’eroina. [...]

Il silenzio è una delle cifre più significative del film di Caligari, che disegna altrimenti uno scenario coattante, abitato dalla lingua di Ostia, dagli idioletti che prendono sovente un tono imprevedibile e beffardo [...].

Antiretorico pur nell’utilizzo di situazioni e stilemi noti, Non essere cattivo trova la sua maggiore singolarità nell’essere, costitutivamente, un film “decentrato”. Anche Ostia, luogo per definizione al margine, è sovente tratteggiata nei suoi aspetti periferici meno conosciuti, nei luoghi, nei bar, nei piccoli angoli in cui non si è visti e non si è pensati. Lo sguardo dell’osservatore attento, del testimone che intende denunciare una realtà vera, è ancora quello di Droga, il documentario del 1976 in cui Caligari impressionava per l’audacia di un ritratto veritiero in cui i piccoli dettagli erano già, come in Non essere cattivo, espressione di uno sguardo implacabile su un mondo rarefatto. Nel suo ultimo lungometraggio questa attenzione si esprime anche in una visione che sceglie la microfisica degli spazi per definire un’estetica della verità. Giustamente è stato detto che il suo film disegna come dei haiku in una tavolozza espressiva di limpida e ossessiva spietatezza.

Questi dettagli, còlti nell’aspetto di semplicità di una rappresentazione inattesa che guarda alla metà degli anni Novanta come a un’epoca fortemente anticipatrice dell’oggi, sono indizi di una rappresentazione tesa a ricercare il momento di svolta, il gesto di fuga, il gancio che collega i personaggi a un possibile futuro. Ma sono anche i segnali di un'impossibilità di reale cambiamento. Gli abitanti della Ostia pasoliniana vivono il loro scacco, ma lo vivono anche i sopravvissuti agli anni novanta e alla rivalsa degli ideali borghesi. Tra osservazioni disarmanti, battute feroci, tocchi di lieve patetismo, le strade senza fine e senza futuro di Caligari ci riportano a una riflessione sul senso del messaggio pasoliniano, sulla sua attualizzazione e sul fallimento di sogni e di presunti ideali, tra i quali, ineffabilmente, anche l’etica del lavoro come intesa nei ruspanti, si fa per dire, anni novanta. Dietro la scorza ruvida e aggressiva, un film che fa riflettere e da valutare con molta attenzione.