Palombella Rossa di Nanni Moretti

Questa sera alle 21.10 su La7 Palombella Rossa di Nanni Moretti, recente protagonista di un memorabile incontro alla Festa del Cinema di Roma. Cineforum dedicò a questo straordinario film uno speciale quando uscí in sala con una lunga e preziosa (come spempre) recensione di Franco La Polla e un'intervista a Nanni Moretti firmata da Emanuela Martini. Vi riproponiamo alcuni stralci della recensione, per leggere tutto basta andare in archvio e cercare il numero 288 di Cineforum, disponibili in formato cartaceo e pdf.


A Nanni Moretti dobbiamo molto. Non gli dobbiamo un cinema impeccabile, curato, sofisticato, ma probabilmente l'unica esplosione nazionale di intelligenza e sincerità su grande schermo da almeno una dozzina d'anni a questa parte. Dal canto nostro gli siamo debitori di una corretta valutazione della sua opera, dei suoi sforzi, gli dobbiamo un atteggiamento diverso da quello che almeno sino a La messa è finita, abbiamo riservato ai suoi film e al suo personaggio come se tutto sommato i primi fossero poco più che simpatici cartoons intesi a sferzare vizi e vizietti di una precisa fascia generazionale e il secondo un ragazzetto sputasentenze davanti al quale, grazie alla sua sagace impertinenza, è tanto facile e piacevole sciogliersi in un sorriso compiacente e persino ammiccante. Dopo le già forti avvisaglie di La messa è finita Moretti ha oggi fatto un film commovente, e lo ha fatto senza bisogno di riferimenti tematici, ambientali, scenografici, culturali e sociologici che gli facilitassero il compito. In questo film non si suicidano madri né si agita un problema assoluto di conoscenza e di fede di valori morali negati da comportamenti che non è chiaro se appartengano a un oggettivo, inevitabile mutamento sociologico in marcia o se invece non siano soltanto il segno di un decadimento che volontà, speranza, impegno, umanità potrebbero scongiurare. Qui il problema – pur fortemente imparentato con quello del film precedente – è più ontologico, per certi versi persino più astratto, ma proprio per questo eccezionalmente toccante. Voglio dire che il personaggio di Palombella rossa non si porta dietro nulla che possa gravare, tarare la nostra valutazione dei suoi problemi in quanto nostri. In tempi come questi una tonaca è comunque sospetta, se non altro per la strumentallzzazione di cui possone essere vittime le migliori (e più laiche) intenzioni.

In Palombella rossa no: tutto può succedere a questa pellicola tranne una strumentalizzazione da parte di chicchessia, per la semplice ragione che in essa la giustizia distributiva morettiana raggiunge una salomonica imparzialità di dosaggio. Certo, può suonare strano che uno dei pochi film veneziani di quest'anno che han fatto ridere il pubblico venga definito commovente. D'altra parte, a starei attenti, sullo schermo del Lido non sono mancate opere che, progettate come commoventi, in ultima istanza si son rivelate involontariamente persino divertenti.

Nella sua brillantissima conferenza stampa a Venezia Moretti ha affermato che, come gli ha detto un amico «intelligente», Palombella rossa è in realtà un film sul linguaggio. Molto giusto: se anzi adottiamo questa prospettiva nella lettura dell'Insieme della sua opera ne uscirà sicuramente qualcosa d'Interessante. È vero tuttavia che Palombella rossa può legittimamente aspirare più di altri suoi film a questa definizione. Lungo tutta la pellicola i personaggi più vari si inseguono (o inseguono il protagonista) per la scena tentando di convincere o di convincersi attraverso le retoriche e le dialettiche più diverse. Ognuno parte da un'ideologia, c'è anche chi si limita a ribadire la necessità del gioco, del confronto sportivo, della vittoria, ma tutti, indistintamente, hanno come obiettivo il convincimento, l'instaurazione di una breccia nella volontà, nel carattere, nella memoria del protagonista per attirarlo a dire o a fare quel che singolarmente si aspettano da lui. Naturalmente il quadro può essere letto in termini metaforicl: chi raccoglierà l'eredità del (supposto) defunto PCI? La sua anima è laica o confessionale? Propenderà per il pelosamente esoterico ciellismo (il misticismo, la numerologia, l'ecumenismo dell'Invasato cattolico e del suo guru) o servirà la causa della verità attraverso un'autodenuncia sollecitata però da elementi alquanto ambigui (i due figuri che blandiscono Michele con l'esca di sempre: un condimento di utopia e di dolciumi)? Moretti gioca straordinariamente bene nel campo minato che si è scelto. Lo fa da artista, cioè utilizzando i dati della politica per finalità che sono estranee a una descrizione, una disamina, un'esempliftcazione dei problemi posti da quei dati stessi. È evidente che in Palombella rossa il vero problema è un altro: il disorientamento esistenziale di un individuo che fino a poco prima aveva trovato nella politica un'identità ormai negatagli dalla crisi sia ideologica sia organizzativo-istituzionale del partito. Moretti ha colto con la superiore sensibilità di un moralista di razza il fraintendimento che per decenni ha coinvolto nella sinistra italiana (quella vera, non quella di governo) il «pubblico» e il «privato» nella confusione delle due sfere. Talché, al momento della crisi del partito, tutto viene chiamato di nuovo in causa, non solo i dati un tempo tesaurizzati dall'ideologia (ma tutto sommato in Michele nemmeno quelli, a giudicare dal filmino settantesco in cui a causa dei suoi dubbi il protagonista si becca anche uno schiaffone da un compagno più convinto di lui), ma anche i rapporti con gli altri, la famiglia, col linguaggio stesso. Michele sospetta sin dai primi anni '70 che il linguaggio della sinistra abbia in sé qualcosa che non funziona, nel senso che la nota falsa in esso è spia di uno scarto, di un'inadeguatezza e certamente di una retorica insita nell'ideologia medesima. Ecco il modo in cui la critica ai media come corruttori di linguaggio – cosa in sé anche giusta, ma alquanto limitativa – si nobilita in una direzione che coinvolge anche la coscienza, la ragione e la loro responsabilità.
 Il culto del linguaggio è sicuramente quello che Moretti sente più forte e inarrestabile, probabilmente più forte di quello – che egli certamente nutre – per il cinema stesso: nella sua opera si possono rinvenire imperfezioni filmiche, ma il suo rigore nei confronti del linguaggio verbale è inattaccabile, tanto da farne non a caso la parte «forte» di ogni pellicola (purtroppo, a volte, bisogna dirlo, sciupata da una dizione e un'impostazione recitativa alquanto trasandata: l 'unica cosa, questa, che Moretti ha in comune coll'intera tradizione del cinema italiano nel suo insieme, soprattutto, naturalmente, quello «giovane» dei nostri anni più recenti).

Culto del linguaggio, peraltro, non significa eleganza dell'eloquio e tutto sommato nemmeno proprietà d'espressione. Piuttosto, rifiuto del gergo generazionale, di gruppo, sinistrese, ecc., e nemmeno va confuso con un datato purismo xenofobo. È vero che «trend negativo», kitsch, cheap, ecc. sono parole straniere nel mirino del regista, ma solo in quanto rappresentative di un linguaggio giovanilistico adulterato e cialtrone. Il linguaggio non è per Moretti una questione accademica e nazionalistica. Al contrario, è un fatto esistenziale: «Chi parla male pensa male, e vive male». Che felicità d'esposizione! Il problema è centrato in poche parole. Parlare è essenziale («Non mi parli mai di te, dei tuoi ricordi»: altra battuta commovente perché pronunciata nel contesto di una tumultuosa serie di scambi comunicativi di carattere tattico nel bel mezzo di una partita, con l'effetto di suscitare una risposta divertita nello spettatore nel momento stesso in cui ne tocca le corde più riposte e segrete). Dunque, mancare alla funzione reale e necessaria dell'atto di parola a causa di uno snaturamento di quest'ultima significa perdere l'occasione reale del contatto con gli altri che ci svela a noi stessi: è insomma un gesto contro la vita intesa come sincerità di rapporto e mezzo per conoscerci e capirci.