Perfetti sconosciuti di Paolo Genovese

Questa sera alle 21:10 su Canale 5 (canale HD 505) il vincitore, nel 2016, del David di Donatello come miglior film e migliore sceneggiatura: Perfetti sconosciuti di Paolo Genovese. Leggiamo la scheda che Tina Porcelli scrisse per Cineforum 552.

 

Il cinema italiano sembra sempre più attratto da situazioni conviviali attraverso le quali rappresentare il costume e il malessere di un Paese in crisi. Dopo Il nome del figlio, per altro remake di un successo francese, Paolo Genovese firma Perfetti sconosciuti, un kammerspiel che inchioda lo spettatore per tutta la sua durata all’interno dell’appartamento di Rocco ed Eva, nella vita rispettivamente chirurgo plastico e psicologa. Con l’idea di osservare un’eccezionale eclissi totale di Luna, i due invitano a cena tre coppie di amici, Bianca e Cosimo, Lele e Carlotta, Peppe e la sua nuova fidanzata, Lucilla, che però all’ultimo dà forfait per un’indisposizione. Si tratta di amici che si conoscono da una vita e non dovrebbero avere segreti l’uno per l’altro, con il solo desiderio di trascorrere una serata piacevole come tante altre in passato. Questo fino a quando Eva non propone agli altri commensali un gioco, quello di lasciare i propri smartphone al centro della tavola e condividere ogni telefonata in viva voce, whatsapp e sms che qualcuno riceve. Il regista ci dice e fa dire a Eva che lo smartphone è diventato la scatola nera dei nostri più oscuri segreti, ma in realtà è qualcosa di più, in quanto si è trasformato nell’estensione tecnologica, quasi cronenberghiana oseremmo dire, del nostro corpo fisico attraverso cui NOI vediamo, comunichiamo, sentiamo. Un’estensione che interferisce in modo sempre più invasivo nella rete delle nostre relazioni con l’altro e con il mondo esterno.

Così, dopo un’iniziale ritrosia, i sette decidono di prestarsi a quello che ben presto si rivela un gioco al massacro. Il velo delle apparenze poco a poco cede lasciando spazio all’emersione di segreti inconfessabili che minano le certezze di rapporti saldi solo nella facciata. Niente di nuovo insomma, un film che si inserisce nella tradizione dei grandi autori della commedia all’italiana come Risi e soprattutto di Scola. Ciò che colpisce però nel film di Genovese è l’eclissi totale del pubblico, delle ideologie, insomma del mondo che circonda i suoi personaggi, ripiegati su problemi esclusivamente personali, metafora impietosa di ciò che sta accadendo nel nostro Paese.

Eclissi è la parola magica del film: un’eclissi lunare che attraverso il suo ritmo circadiano manovra anche quello dei sette protagonisti. All’inizio tutti gioviali e luminosi come il disco argenteo della Luna piena che poco a poco si oscura fino a scomparire inghiottito nel buio, “The Dark Side of the Moon” come dice uno dei personaggi citando il celebre disco dei Pink Floyd. Lo stesso buio che inghiotte le sette cavie salvo poi, con un astuto e abusato espediente narrativo, far tornare il sereno e la luce lunare.

Forse Genovese e i suoi colleghi sceneggiatori che hanno fatto un lavoro eccellente per dialoghi, ritmo e profondità, avrebbero potuto tentare un finale più originale e meno rassicurante. Però, come nel breve racconto di Borges Il sogno di Coleridge, in cui una rosa era la testimonianza della realtà di un sogno, nella visione che Genovese ci ha proposto, un’inquadratura in dettaglio e una breve battuta di Rocco dedicate ai nuovi orecchini di Eva, ci lasciano nell’ambiguità che forse qualcosa è accaduta davvero quella sera e che Rocco, il personaggio più complesso e interessante del film, quello che sta imparando “a lasciare andare”, ha sempre avuto la straordinaria e lucida consapevolezza di ciò che lo circonda.

Genovese d’altra parte, dopo aver spinto il gioco al massacro fino alle estreme conseguenze, non se l’è sentita di prendere dei rischi ulteriori e il botteghino in questo senso gli dà ampiamente ragione, perché il pubblico ama sempre il lieto fine. Nonostante una regia non sempre impeccabile, la brillante scrittura e la gestione di attori davvero in stato di grazia sono la ricchezza profonda del film che, nel colloquio telefonico “pubblico” tra Rocco e la figlia adolescente, raggiunge un livello davvero alto di commozione.