Radio America di Robert Altman

Questa notte, su Iris, alle 3:35 andrà in onda Radio America. Ultima opera di Robert Altman, usicta nel 2006. Su Cineforum 456 (acquistabile qui) dedicammo al film uno speciale con vari articoli. Ripubblichiamo qualche estratto del pezzo a firma di Adriano Piccardi.


Quando Robert Altman sottolineava in Gang (Thieves Like Us, 1974) la presenza pervasiva, negli anni della Grande Depressione, del medium radiofonico, organicamente supportato dalla punteggiatura pubblicitaria dei programmi (le soap, ascoltate quotidianamente, insieme ai suoi connazionali, dalla povera Keechie per superare la solitudine delle sue giornate), «A Prairie Home Companion» stava iniziando il lungo cammino che oggi non si è ancora concluso. […]

Da Gang sono trascorsi più di 30 anni. L’evoluzione della rete mediatica planetaria ha nel frattempo dato luogo a strumenti, forme di fruizione, abitudini, schiavitù (sia dei singoli che del sistema generale) che allora avrebbero potuto al massimo rientrare in modo del tutto approssimativo nel bagaglio ambientale di un film o di un romanzo di fantascienza. In questa travolgente modificazione del paesaggio mediatico, però, la voce della radio costituisce ancora una costante, una sorta di basso continuo, a volte di semplice sfondo a quella degli altri strumenti che si impongono, ma altre volte in grado di riprendersi quella funzione importante di riferimento, nel magma dei segni prodotti continuamente dall’industria culturale, che ne fa una sorta di ancora di salvezza, luogo virtuale di riconoscimento identitario indispensabile alla trasmissione di cultura (qualsiasi cultura) da una generazione all’altra, attraverso la riproposizione di linguaggi, forme, figure, in un continuum moderatamente aggiornabile (rispetto al pubblico di riferimento) nel corso del tempo sui paralleli mutamenti della società. […] in Radio America il dispositivo dello show radiofonico, colto dalla prospettiva opposta (di chi lo produce e non di chi ne fruisce), è mostrato come un portavoce di possibile identità. L’ironia crudele mostrata esplicitamente in Gang qui si stempera (non scompare) e lascia spazio a una (parziale) svolta di giudizio, cui concorre probabilmente l’apprensione per un futuro nel quale la “complicità” che momenti radiofonici quali «A Prairie Home Companion» ancora intrattengono con il proprio pubblico possa lasciare spazio a una nuova idea di intrattenimento mediatico anonimo e parcellizzante, pura distrazione in senso lato. Idea di cui la trasformazione del Fitzgerald Theater in parcheggio si fa metafora calzante.

[…] Tutto lo show ruota intorno al tema della riconoscibilità (di luoghi, memorie, valori, linguaggi) come categoria esistenziale. Riconoscibilità fondata, ovviamente, su un procedimento di conservazione, talvolta rafforzato da moderate iniezioni di ironia “attualizzata” (i due cowboys che introducono nel repertorio dei loro bad jokes un riferimento al viagra): ci sta dietro esattamente l’idea del sentirsi a casa, tra persone che si conoscono, legate da reciproco affetto, dalla felicità e dai dolori comuni, e che fanno di questa condivisione lo strumento per affrontare i contrattempi o le offese che l’esistenza quotidianamente ci riserva. Una cornice ideologica che il titolo dello show sintetizza magistralmente. Ogni elemento dello spettacolo concorre a riproporre questo tema: dallo stile di conduzione di Keillor al repertorio musicale, dal continuo sovrapporsi tra immagine di scena e privata degli artisti, esibita direttamente e familiarmente sul palcoscenico al loro pubblico “vicino e lontano”, tutto porta a ribadire la convinzione che il segreto della felicità sta nel vivere ogni giorno come se fosse l’ultimo, con il giusto e ironico distacco, ma nel culto devoto di un passato che ha nella famiglia e nei propri cari, prima di tutto, le sue radici inesauribili. […]

Altman mette in scena questo mondo e lo sfondo culturale che lo sostanzia muovendosi tra il disincanto di chi, dopo tutto, sa bene che cosa sta mostrando e l’affetto (la sinpatia) che non può essergli estranea per ovvi motivi di appartenenza culturale e storica. Le macchine da presa poste ad inquadrare lo show si muovono in maniera carezzevole, privilegiando primi piani e piani ravvicinati attorno agli attori e alle attrici trasformati in ottimi cantanti così come agli artisti e ai/alle cantanti che interpretano se stessi; il montaggio fluido ci fa scivolare senza soluzione di continuità dal palcoscenico alle quinte ai camerini, giustificando definitivamente nella forma del film quella idea di continuità fra performance spettacolare e storia privata in cui tutti i partecipanti allo show sono immersi; il lavoro sui “personaggi” favorisce l’adesione identificatoria motivata dal destino difficile che li accomuna (la conclusione, al di là delle battute e dei progetti più o meno convincenti, ce li mostra come un gruppo di malinconici sopravvissuti), senza nulla sottrarre al godimento dello spettacolo di cui essi sono comunque i protagonisti assoluti, in palcoscenico e fuori, anche grazie a una direzione d’interpreti ferrea al punto giusto per saper cogliere anche le minime sfumature “imprevedibili” e/o stranianti della situazione d’insieme, secondo una tecnica nella quale Altman si mostra come sempre straordinario.

Se il film ci narra la liquidazione di «A Prairie Home Companion», nella realtà lo show sta continuando […] Keillor ha voluto dunque raccontare un evento del tutto ipotetico, ancorché plausibile nel quadro mediatico attuale: in questo mettere le mani avanti è presente forse una componente scaramantica, ma mi pare di leggervi anche la volontà di articolare un “consuntivo”, dall’interno […] La scelta cinematografica risponde evidentemente all’esigenza di trovare, per questo consuntivo, un canale in grado, attraverso l’intreccio di immagini e suoni, di immergere il pubblico […] Il cinema racconta ma, nello stesso tempo, ogni inquadratura racchiude il segreto di un senso che va al di là del semplice narrare un’azione: un segreto che non sta dietro l’inquadratura ma dentro. Si tratta dunque di una scelta tutt’altro che casuale o opportunistica, e l’aver voluto proprio Altman come realizzatore del film lo conferma. […]