San Michele aveva un gallo di Paolo e Vittorio Taviani

Ricordando il grande Vittorio Taviani, questa notte, alle ore 01:55, su Rai 3 andrà in onda San Michele aveva un gallo. Pellicola del 1972 diretta dai fratelli Taviani, liberamente tratta dal racconto "Il divino e l'umano" di Lev Tolstoj. Su Cineforum 137 (interamente acquistabile qui) dedicammo ai Taviani uno speciale dove Sandro Zambetti scrisse anche riguardo a questo film, riproponiamo alcuni estratti.


San Michele aveva un gallo si colloca […] in un momento di riflusso o, quantomeno, di attenuazione della poderosa spinta in avanti del '69, ma proprio per questo gli va riconosciuto il merito di rispecchiare acutamente i dubbi del momento, ma, al tempo stesso, di sopravvanzarli in una direzione che valga ad evidenziare le prospettive storiche sempre aperte al di là dei limiti della cronaca. La stessa struttura del film, che si divide praticamente in un prologo e quattro atti, scandisce le fasi di questo passaggio dalla cronaca alla storia.

Nel prologo […] c'è la presentazione delle forze che possono determinare i momenti di riflusso, la famiglia e la polizia, quali pilastri dell'ordine borghese. La prima, peraltro, non è solo espressione, emblematica e insieme concreta, delle istituzioni che si contrappongono al movimento rivoluzionario informandosi ad un autoritarismo che anticipa la stessa repressione poliziesca, ma anche della dimensione esistenziale con cui il movimento stesso deve fare i conti: la paura del buio è il frutto di tutta un'educazione che nega all'uomo la capacità di padroneggiare la storia e, insieme, la consapevolezza di quel “limite oscuro” […] 

La dialettica [...] emerge poi in piena evidenza quando alla tensione rivoluzionaria si sovrappone la realtà apparentemente irrimediabile del potere repressivo. Proprio nel momento della sconfitta e dell'umiliazione, infatti, le ragioni della lotta di classe si rivelano insopprimibili: il viaggio del condannato verso il luogo della fucilazione si trasforma in una marcia trionfale, grazie all'immaginazione con cui Giulio Manieri riesce a sentire e a far sentire l'inevitabilità della vittoria del proletariato, in un futuro non si sa quanto distante, ma storicamente certo. 

Al tempo stesso, però, il film non nasconde che anche il potere può valersi di una sua capacità d'immaginazione, ormai codificata nelle tecniche mistificatorie: la si ritrova nel racconto della figlioletta del Ministro che “vede" , la scena della fucilazione e dell'arrivo della grazia sovrana secondo gli schemi convenzionali della fiaba (oggi diremmo del fumetto o anche del giornalismo “d’informazione”), aggiungendovi di suo solo l'istintiva crudeltà infantile della conclusione. 

[…] “E’ l'equilibrio che partorisce i mostri”, dirà più tardi il protagonista, ricordando la propria vita familiare, nella cella di segregazione. Ma l'equilibrio è fatto, appunto, anche di una certa immagine dell'ordine “naturale”, delle cose elaborata dalla cultura della classe dominante, per dare una dimensione esistenziale, connaturata all'uomo ed ai suoi rapporti con la realtà, a quelli che sono invece concetti e gerarchie di valori tipicamente borghesi, articolati in una visione del mondo che ne presuppone e ne giustifica l’immutabilità. [...] Il confronto, quindi, è anche tra due culture, fra una ricreazione della realtà ed una manipolazione della medesima, nei termini “fiabeschi" , di cui si serve il potere borghese per far apparire - tra l'altro - come giusta e magnanima la propria violenza

[…] Ed ecco, infine, l'utopia a confronto con il realismo politico. Crollato il mito della rivoluzione nelle campagne, affermatosi il ruolo prioritario della classe operaia e dell'organizzazione politica della classe stessa, Manieri diventa un fantasma del passato, perdendo di colpo tutta la vitalità che aveva conservato in carcere. Dopo un ultimo, stanco tentativo di far valere ancora una volta la propria immaginazione (la pantomina fanciullesca che esegue alle spalle del carabiniere, divertendosi all'idea di buttarlo in mare, e che interrompe con penosa amarezza quando si accorge che gli altri non lo guardano neanche), non gli resta che prendere atto, con razionale distacco, del fatto di essere già morto, come rivoluzionario

[…] L’utopia sconfitta, dunque? Anche qui il film è complesso e problematicamente aperto, quanto chiaro e lineare: sull'altra barca viaggiano, è vero, il realismo politico ed il socialismo scientifico, con le loro ragioni di permanente validità, ma anche con i rischi incipienti del dogmatismo e della burocratizzazione; viaggiano i militanti operai ed i figli ribelli della borghesia, la lunga pazienza proletaria e l'irrequietezza giovanile, la lucidità della concezione leninista del partito ed il grigiore degli apparati.[…] Resta da discutere, insomma, se e fino a che punto il suicidio di Manieri "dia ragione" a quelli dell'altra barca: "Noi - dicono i Taviani - stiamo dalla parte di Giulio. Ma stiamo anche dalla parte degli altri, sull'altra barca. O forse nemmeno. Vorremmo essere su una terza barca, dalla sagoma ancora tutta da scoprire, in cui l'immaginazione di Giulio si unisca al senso più scientifico che c'è sull'altra barca”. […]