Scoop di Woody Allen

Questa sera su Iris alle 21.00 Scoop di Woody Allen. Ecco un estratto della recensione di Luca Malavasi che puoi leggere per intero su Cineforum 459.


[...] È tutta questione di corpi (non a caso Chris è un istruttore di tennis), di filosofia agonistica, di esercizio muscolare. Per contro, come ci racconta Scoop, il regno dei morti è quello della coscienza: senza trame, generi e personaggi, appronta il fondale adatto a ripensare l’azione, passando dai panni del narratore a quelli dello spettatore che si identifica, un po’ come accadeva muovendo dalle parole ai fatti in Melinda e Melinda, prefigurazione ludica del ping pong tra mondi d’azione e di parole. Perché l’Aldilà è anche il regno della narrazione, dove le storie – vere o false che siano – si raccontano e non si vivono. Ed è qui che Scoop diventa un film prezioso e, dietro la sua patina burlesca, filosoficamente non meno schierato di Match Point: perché ci dice, anche se trasversalmente, che l’uomo è a pezzi (come Harry), corpo anima e cervello – azione e coscienza – separati e in posti diversi. E il primo, il più irresponsabile, è quello che decide le sorti del mondo. Corpi e superfici. Tutto il cinema di Allen – da più di un decennio – ha svoltato decisamente verso plot tutti d’azione e intrecci e intrighi, ancora pieni di parole, certo, ma sempre più balbettate e inefficaci e “funzionali” (come rivelano, meglio di altri, i dialoghi di Misterioso omicidio a Manhattan). [...] Il cinema di Allen è passato insomma dal dramma dei sentimenti alla commedia d’azione: la psicoanalisi, praticata, superata e rifiutata (e definitivamente liquidata proprio in Harry a pezzi), è stata rimpiazzata dall’analisi del corpo, del gesto, del movimento. E l’operazione, di cui Scoop appare un geniale punto d’arrivo, ha avuto per protagonista proprio lo stesso Allen o, meglio, il suo corpo: invecchiato e ridicolizzato dal tempo (e nel caso di Scoop anche da un guardaroba pacchiano da imbonitore), è oggi il mezzo attraverso il quale il regista si confronta con il cinema e i suoi generi, intervenendo a decostruirli e a volte a irriderli o a svilirli non tanto con mezzi da intellettuale postmoderno ma, come un avanguardista dada, con l’azione scomposta di un corpo perennemente fuori luogo, eccedente, disorganico, marionettistico, ritrovando al tempo stesso la sua origine di battutista puro. La comicità dell’ultimo film ribatte continuamente su questo tasto, e tutta la commedia si regge su un passaggio inatteso di corpi da un mondo all’altro, nella fattispecie quello del giornalista che beffa la morte e torna tra i vivi per suggerire alla giovane Sonda, aspirante giornalista, la strada da seguire per smascherare l’assassino dei tarocchi (sempre a proposito di corpi, quello divistico di Scarlett Johansson è continuamente negato dietro occhiali demodé e abiti comodi e insapore da segretaria perbene). Il finale, coerentemente, è uno scherzo del destino (Splendini che muore in un incidente stradale) e una chiusura dei conti senza motivazioni e psicologia. E in questa autosufficienza dell’evidenza delle cose, che non significano nient’altro e rimandano solo a se stesse, si vedono perfino i cigni, dopo che, fin dai titoli di testa, si è ascoltato l’arcinoto motivo del balletto. È tutto lì, nella profondità della superficie, nella conversione del mondo alla filosofia del narcisismo. Così, virando in commedia ciò che in Match Point era tragedia, Scoop, ambientato come il precedente nel bel mondo dell’alta borghesia, non fa che ridisegnare, di quello – senza però ripeterlo pedissequamente – il tracciato (a)morale di una società senza coscienza, intrappolata nell’incessante susseguirsi degli eventi e nel meccanismo aleatorio del flusso del tempo. Un mondo stretto nei cliché (che sono poi quelli del cinema) di un’azione senza profondità e senza risvolti. La comicità di Allen sgretola i confini tra regno dei vivi e regno dei morti non per concludere – come farebbe Capra, il regista a cui l’ultimo Allen, per contrasto, somiglia di più – che il primo vale sempre la pena di essere vissuto, e il problema è semmai riscoprire il modo per apprezzarlo; piuttosto, dall’alto, in viaggio verso il proprio destino ultraterreno e scortato da quella vecchia amica che è la morte, Allen guarda con un pizzico di nostalgia alle cose lasciate; ma solo un pizzico. La vita e la morte non sono poi così diverse, così come non lo sono il regno dei vivi e l’Aldilà (e neppure i corpi che li abitano): ma almeno, in quest’ultimo, c’è qualcun altro, più esperto e affidabile, alla guida. E Splendini, finalmente, può cominciare a raccontare e a capire.