Strange Days di Kathryn Bigelow

Questa sera, su Rai 4 alle ore 21:00, andrà in onda Strange Days. Film diretto da Kathryn Bigelow e scritto da James Cameron. Noir postmoderno ambientato in una Los Angeles del futuro durante gli ultimi giorni del 1999 (il film uscì del 1995). Su Cineforum 352 (acquistabile qui) dedicammo a questo film uno speciale, di seguito ripubblichiamo alcuni estratti di ciò che scrisse Emanuela Martini.


[…] Prima di tutto (e ovviamente) Strange Days è un film sulla visione (e le sue perversioni) e sulla fine del mondo (o, almeno, del mondo come noi lo conosciamo: bianco, eurocentrico - o "americanocentrico" - ipocritamente ossequioso dei propri miti e riti - compresa a celebrazione della "fine del mondo"). La fine del mondo, quella apocalittica e tradizionale, prevista dalle sette millenaristiche e predicata nella Los Angeles del 1999 su ogni schermo e ogni emittente da messia e profeti di ogni confessione politica e religiosa, non è poi tanto importante. Kathryn Bigelow lo chiarisce subito con la battuta fulminante di uno dei tanti video-disc-jockey che animano la notte insonne di Lenny: “In che fuso orario è Dio? Quello di Los Angeles o quello della East Coast?” La fine del mondo, anche questa, finisce per essere una soggettiva, magari la soggettiva di un dio (quale? il nostro o uno degli innumerevoli altri?) che è stufo di spararsi in playback la vita vera squallidamente vissuta dai suoi credenti.   

[…] il tema della visione è quello più plateale e ridondante di Strange Days, tessuto all'interno dell'impianto visivo del film, con la frequente, fluttuante sovrapposizioni di immagini che si inseguono da uno schermo all’altro, con le soggettive mozzafiato della nuova cinepresa durante le riprese “in Squid", con gli improvvisi squarci "solari" dei ricordi di Lenny. E, soprattutto, con la pratica impressionante del seriai killer. Strange Days è L'occhio che uccide dell'anno 2000; innesca, elettronicamente, lo stesso circuito chiuso di morte che nel film di Powell si attivava meccanicamente: non solo la ripresa dell'omicidio, ma quella della vittima che "si vede" morire. La Bigelow qui ha classe: sa di non poter mostrare la percezione di tanto orrore e ce lo fa sentire solo attraverso la visione sofferta di Lenny. Neppure lei vende la morte. Ma molti lo fanno; e ancora di più sono i voyeurs pronti ad acquistarla. In questo senso, Strange Days è un film apocalittico. 

[…] Strange Days è anche un film mistico. Non la mistica a buon mercato dei predicatori dell'apocalisse, né quella alla moda dei guru delle infinite possibilità di intercomunicazione mentale. Anzi, se proprio vogliamo, sotto questo aspetto Strange Days è un film stranamente tradizionalista, che vive nel suo mondo scoppiato e cibernetico, ma ne è tutt'altro che innamorato; un film tollerante, che prende atto di ogni tipo di espressione, ma che sotto sotto non crede che esista espressione senza cuore che sia accettabile; un film che rifiuta un impianto narrativo classico, ma che, elegge a proprio fulcro un assunto del tutto classico. Partendo da presupposti tutto sommato abbastanza simili, quasi l'esatto contrario di Assassini nati. Un mondo preda della comunicazione per immagini, dove all'improvviso, invece del nulla, invece della bellezza dell'orrore (e dell'eleganza con cui questa è descritta), emergono il valore morale delle immagini, la loro ineguagliabile suggestione emotiva, la loro potenziale forza politica. Non è vero che tutto si mescola e che, nel calderone di sollecitazioni sempre più "epidermiche", si confonde. Ci sono immagini impagabili, immagini del cuore, immagini della coscienza. L'immagine del cuore è Faith. L'immagine della coscienza è l'assassinio di Jeriko One (tanto più stringato ed efficace dei discorsi del leader nero che intravediamo sui piccoli schermi). Kathryn Bigelow sta parlando anche di mistica e morale del cinema. 

[…] In realtà sotto tutto, Strange Days è una storia d'amore: la storia di Mace che ama Lenny, che non la ama perché non riesce a liberarsi del ricordo lacerante e morboso di Faith. Il fatto che in Mace si concentrino l'amore e la coscienza politica è una conseguenza, ovvia, della femminilità di Kathryn Bigelow, che, giustamente, dirige come un uomo, ma che, da donna, sa sottolineare la progressiva confusione dei ruoli, e il dolore e l'indeterminatezza tremenda e l'oggettiva difficoltà d'incontro che questa provoca. Uomini che hanno la fragilità amletica di Ralph Fiennes, donne che hanno la forza tragica di Angela Bassett. Faith, in mezzo, è l'oggetto del desiderio, il sogno; vive nel playback e vive, magnifica, sulla scena. Ma non è vita vera, qui, adesso, in tempo reale. Allora, quel bacio che Kathryn Bigelow concede ai suoi due protagonisti alle 12.02 del 1 gennaio dell'anno 2000 non è il lieto fine hollywoodianamente imposto dalla produzione. Quel bacio, come quella figura di poliziotto stolido ma graniticamente onesto, è la possibilità di continuare a vivere, nonostante tutto, "moralmente". La possibilità che il mondo non finisca. La possibilità che il cinema, con le sue scelte morali e mistiche (e con le sue convenzioni), prosegua oltre il 2000.