Texas Killing Fields - Le Paludi della Morte di Ami Canaan Mann

Questa sera su Rai Movie (canale 24) alle 19:25Texas Killing Fields - Le Paludi della Morte di Ami Canaan Mann (figlia del regista Michael Mann). Il film fu presentato alla 68ª Mostra di Venezia. Su Cineforum 508 la recensione di Simone Emiliani in occasione del concorso veneziano.


Se si volessero cercare delle analogie tra Ami Canaan Mann e suo padre Michael (oggi uno dei più grandi registi contemporanei e qui anche produttore) si potrebbero rintracciare in una veloce ed essenziale scena di un inseguimento, ma soprattutto nella capacità di trasformare tutti gli elementi realistici (ambienti, personaggi, situazioni) in qualcosa di inafferrabile e sfuggente. C’è una continua trasformazione in atto rispetto all’elemento più concreto, si ha l’impressione di avere una visione nebbiosa, distorta, dove anche le normali prospettive nel modo di inquadrare lo spazio saltano anche se l’immagine è a fuoco. In questa maniera nel cinema di Michael Mann si precipita quasi in una realtà parallela. Questa però è sempre legata alla dimensione oggettiva, che porta alle sublimi astrazioni, per esempio, di Insider, Collateral e Miami Vice.

Forse è proprio quest’ultimo film, nel modo in cui l’indagine poliziesca diventa qualcos’altro, che potrebbe essere l’ipotetico anello di congiunzione nello sguardo padre-figlia, un punto di contatto non forzatamente cercato. Basta vedere in Texas Killing Fields, sorprendente rivelazione del concorso veneziano, il modo in cui sono guardati gli alberi nella palude, per i quali la cineasta ha ammesso di essersi ispirata a Picnic a Hanging Rock di Peter Weir. Come nel cinema del regista australiano, la natura diventa simbolica, irrazionale, ossessiva, elemento che nasconde qualcosa agli occhi degli altri anche nel conflitto tra bene e male, spazio neutro che, però, può diventare decisivo nella risoluzione dei conflitti. Gli alberi potrebbero essere inizialmente dei dettagli inanimati, un po’ come le fotografie delle vittime che, come gli stacchi di montaggio e i contorni sempre più cupi, rimandano alle parti migliori della serie tv CSI. Al tempo stesso, però, per illusoria ipnosi, quella stessa natura fissa dà l’impressione di muoversi, di nascondere una parte del film che sembra quasi sprofondare in quel luogo, come avveniva per la estasiante guerra di Malick in La sottile linea rossa o nel finale di I padroni della notte di James Gray, dove il respiro pare interrompersi.

Ami Canaan Mann è al suo secondo film dopo Morning del 2001. Ma il suo modo di dirigere gli attori – Sam Worthington, Jeffrey Dean Morgan, Jessica Chastain e la sorprendente ragazzina Chloe Moretz, vista recentemente in Blood Story, che dimostrano tutti una dimestichezza notevole con la regista, al punto di sembrare suoi “spettri” –, di creare e poi disperdere la suspense, di portare progressivamente a galla segnali premonitori, sottolineano una maturità notevole. Nel Texas due ispettori, uno del luogo l’altro proveniente da New York, stanno indagando sul caso di una ragazzina scomparsa la cui macchina è stata trovata in un posto dove sono stati rinvenuti i corpi di numerose vittime. La vicenda è ispirata a fatti realmente accaduti, ma lo sguardo di Ami Canaan Mann la manipola creando una fiaba malata, sepolta negli abissi ma anche piena di scatti improvvisi (lo schiaffo della madre alla figlia, la violenza improvvisa dell’ispettore Jessica Chastain, che rovescia totalmente la sua immagine eterea di The Tree of Life), di una mobilità estremamente rapida grazie anche all’uso della steal camera, esempio di un film sospeso da tentativi di fuga negati, evidente nel momento della camminata della ragazzina da sola in strada, dove il pericolo si respira sempre nel fuoricampo, ma in cui la macchina da presa della cineasta la sorveglia e la protegge. Non per sempre, ma proprio in quel momento. Dove ogni passo, ogni stacco produce una grande tensione.