The Hunted - La preda di William Friedkin

Stasera su Rai Movie in seconda serata, uno dei migliori fra gli ultimi film di William Friedkin: The Hunted - La preda. Ripubblichiamo alcuni estratti della recensione a firma di Pier Maria Bocchi apparsa su Cineforum 425 del maggio 2003.


The Hunted è un film di elementi naturali: aria, acqua, fuoco. Comincia con un’incredibile panoramica incendiaria, finisce con il bianco della neve, come se dovesse coprire o lavare via le fiamme del caminetto dentro cui bruciano le ultime parole di Hallam, poco prima (e, insieme, le fiamme della guerra con cui si squarcia all’inizio la pellicola). In mezzo, ci stanno il cielo le montagne le cascate dell’Oregon. Sopra sotto, due uomini alla fine dei loro giorni. Dentro un contesto tutto in esterni, Friedkin lascia che i suoi due personaggi agiscano essi stessi come elementi della natura: insieme, intercambiabili, l’uno che anticipa soverchia spazza lontano l’altro, e viceversa. Al di là di teorizzazioni sulla primitività dell’uomo, in fin dei conti fatto anch’egli di acqua e fuoco, colpisce l’essiccazione della retorica. Senza molte parole, The Hunted è una fuga e una caccia, un’unica lotta per la sopravvivenza, che non può che riguardare, alla fine, uno solo. Friedkin azzera, o perlomeno riduce a livelli bassissimi, il contorno socio-politico, giusto giusto qualche dialogo tirato via, e poi lascia ogni cosa in mano ai due uomini. È tramite loro, oltre che con loro, che può usare lo strumento focale di tutto il suo cinema, da Il braccio violento della legge in poi: l’inseguimento. Come ben sappiamo, la caccia, in Friedkin, è consapevolezza personale, più che moto a luogo. Il tallonamento di una persona o comunque di un qualcosa è prima di tutto il tentativo di raggiungere un’idea: quella di se stessi, dell’essere uomo che ha un mestiere e un compito, e della giustezza dell’io e delle proprie scelte (come dimostrava Il salario della paura, rifacimento, se possibile in meglio, dello strepitoso Vite vendute di Clouzot). La consapevolezza, dunque, è lo svelamento di un fallimento. La caccia e la relativa, ininterrotta fuga di The Hunted vengono messe in scena con un ritmo a singhiozzo inarrestabile. Con un saliscendi che ricorda da vicino L’ultimo dei Mohicani di Mann (dall’alto delle montagne verso il basso della città, giù fin nelle fogne poi di nuovo su verso le cascate dei monti), è come se l’inseguimento del film fosse sempre interrotto, differito. In questo modo, allungato. In The Hunted, esso non è un momento del racconto, ma racconto stesso. The Hunted è un solo inseguimento spalmato sulla durata canonica di un lungometraggio.

Mica che sia il primo, beninteso. Basta ricordarsi di Caccia sadica di Losey, o, per certi versi, di La pericolosa partita di Schoedsack e Pichel e di tutti i suoi più o meno diretti remake. Ma The Hunted possiede un’ansia di insoddisfazione, un’inquietudine di frustrazione che è sì parte del lupo cacciato, come evidenzia il film con una metafora se vogliamo facile, ma anche del maestro Bonham, che deve prendere ed eliminare la preda. Non ci sono sparate sul vittimismo del reduce, o chiacchiere sul sistema crudele che non si preoccupa dei propri figli. Il nervosismo dei caratteri si diffonde sullo stile, che è davvero nervoso, tagliente, puntuto. Se i due corpo a corpo tra Hallam e Bonham, che combattono con un’arte marziale a coltello proveniente dalle Filippine e chiamata Kali, rappresentano dei nodi aggrovigliati furenti, è la lunga sequenza in città che chiarisce lo spirito disarmonico del film. Se Jade vedeva un inseguimento “da fermi”, nella Chinatown caotica che ostacolava il movimento ma non la suspense e lo “slancio” emotivo dello stesso, la scena ambientata a Portland di The Hunted inizia con Hallam che fugge in auto cercando di farsi strada tra i blocchi della polizia. Come in tutti gli inseguimenti di Friedkin, l’intralcio è continuamente spostato: in questo caso, a spintoni, in retromarcia, di nuovo a spinta, ad angolo, con un andamento sussultante, a singulto. Il limite è rimandato, posticipato.

Se c’è coscienza, alla fine di The Hunted, è di uno scacco alla serenità, che nel cinema di Friedkin assume connotati diversi dalla pace. Quest’ultima, in The Hunted, è raggiunta, rispettivamente da Hallam e da Bonham, con la morte e l’assassinio. Ma pace non significa serenità. La pace di The Hunted è una condizione interiore (ma forse sarebbe preferibile dire intima) che è rassegnazione al dolore e alla sconfitta, piuttosto che risoluzione di uno stato di conflitto. Non c’è, difatti, risoluzione di sorta. La serenità, intesa come conquistata armonia, è fuori portata. Se la morte e l’assassinio sono due espedienti per l’eliminazione dell’ostacolo, la serenità è subito negata. Quella disarmonia di cui si diceva riflette senza conciliazioni la mancanza di serenità di The Hunted. Ed è un vuoto che non è opportuno definire pessimismo: è di più e di meno nel contempo, è uno stato delle cose. The Hunted, che rischia soltanto di essere filtrato alla luce degli avvenimenti politico-militari degli ultimi tempi, acquista un ruolo importante proprio per il suo esistere come film che scava nell’animo della guerriglia attraverso il cuore dell’uomo. Cosa c’è di più diretto ed efficace, nel senso di essere sistemato o inquadrato o compreso, di un film che sintetizza l’orrore in un dialogo corporeo a due? Duello nel Pacifico di Boorman metteva in campo la stessa opzione. Friedkin la attualizza: non c’è più posto nemmeno per il dialogo, se non frasi alla spicciolata, battute veloci che trovano nella retorica dell’effetto l’unica ragione. È un procedimento che sembra andare dalla parte opposta di Regole d’onore, dove la parola rappresentava invece lo strumento con cui indagare la realtà del caos. Ma The Hunted e Rules of Engagement (citiamolo una volta tanto col titolo originale, di certo più ad hoc) sono i due lati della stessa medaglia. Se di ambiguità di senso e di parte si può parlare (si vedano le due bambine sul campo di battaglia in entrambi i film: due pugni allo stomaco, l’immediatezza simbolica e lo sfaldamento del significato), allora è da ricercare semplicemente nel contesto, la guerra. In uno come nell’altro, essa è causa ed effetto. In The Hunted, la guerra è fonte di follia (Hallam uccide schiacciato dall’obbrobrio del suo lavoro passato) e soluzione della stessa (Bonham elimina Hallam e così ristabilisce un ordine). L’ambiguità riguarda adesso il significato di una parola sola. Guerra