The Walk di Robert Zemeckis

Stasera su Rai 3 alle 21:15 in prima tv (in chiaro) The Walk di Robert Zemeckis. Il film ispirato alla vera storia di Philippe Petit: il funambolo che nel 1974 attraversò lo spazio fra le Torri Gemelle su una corda sopsesa a 417 metri di altezza. Qui sotto la recensione, a firma di Giada Cipollone, che pubblicammo in occasione dell'uscita del film sul nostro sito. Segnaliamo anche il pezzo a cura di Simone Emiliani uscito su Cineforum 550 del dicembre 2015.


Lo sguardo sardonico di Joseph Gordon-Levitt trapassa lo schermo su cui scorre, come un lento, la scritta “true story”: è in effetti la storia del noto funambolo Philippe Petit a conquistare la sceneggiatura di The Walkil nuovo film di un Robert Zemeckis che in queste settimane sfila da protagonista tra le righe della critica, per lo più imbalsamato dalla gloria residua di Ritorno al Futuro.

Gordon-Levitt, alias Petit, attende sospeso sulla fiaccola della Statua della Libertà il momento propizio per iniziare il suo racconto, che ripercorre, a posteriori, le tappe di una carriera fiabesca, iniziata sfiorando i viali bianchi e neri della Parigi dei Settanta per stanziarsi nella New York di qualche anno dopo, incantata dalla fabbrica operosa del suo nuovo monumento, le Torri Gemelle.

Il cielo terso della Grande Mela abbaglia il sogno americano di Petit, che si prodiga nella macchinazione di un piano, votato e devoto a un unico obiettivo: attraversare e ricongiungere a bordo di un filo il vuoto materno che separa le due torri. La messa a punto e la messa in atto del piano occupano gran parte del film, che si àncora, a dispetto di quel che racconta, al terreno statico e inerte della narrazione tradizionale: incensatore di un’impresa innegabilmente straordinaria, il film non si spinge oltre una dialettica ossequiosa, che interseca più o meno prevedibilmente la cronaca dei fatti e il commento autoreferenziale di Petit, profeta di un futuro già avvenuto.

Ma una folgorante scossa sismica agita nel finale la pianura rassicurante dell’impianto diegetico. L’ultima, lunga, sequenza ci affianca a Petit durante la sua traversata. E anche se sottratto alla visione in 3D, lo sguardo beneficia del campo di tensione che il film riesce a edificare intorno al suo fuoco: aumentando la temperatura estetica dei fotogrammi, l’architettura delle inquadrature pianifica l’elevazione emotiva del finale, la camminata sfonda lo schermo e, per un attimo, appesi al filo dell’illusione, ci intratteniamo con Petit nello spazio abitabile della vertigine