The Wrestler di Darren Aronofsky

A conclusione del 2017, alle 21:15 Cielo (canale 26) ci propone The Wrestler di Darren Aronofsky. Un film che non potrebbe esistere senza Mickey Rourke, il più grande attore contemporaneocome lo definiva Pier Maria Bocchi nel (bellissimo) articolo su Cineforum 483. Il pezzo fa parte dello speciale dedicato al film, contenente anche gli articoli di Jonny Costantino e Toni D’Angela (quest'ultimo pubblicato qui integralmente).


Flesh

C’è sempre, per quanto confuso, un programma del film nella testa, o nelle viscere, del regista, ma, infine, poiché c’è qualcosa e non nulla, un raggio di sole fra i capelli di una comparsa, un foruncolo sul viso dell’attrice protagonista o una furibonda litigata con il produttore petulante e contabile, rimescola le carte del gioco. Che Darren Aronofsky abbia voluto girare un film per mostrare la carcassa, la carogna, lo sfacelo del costato sventrato e purulento della nostra civiltà maleodorante, che ci scivola dalle mani come una cartaccia, che abbia voluto far vedere questa storia, anziché raccontarla, be’, questo colpisce dritto e secco, arriva come un punch. Ma il merito più grande del regista, nella composizione dialettica e sempre incerta del processo creativo, è stata la scelta di lasciarsi andare, di abbandonarsi, anziché sopraffarlo, all’elemento che classicamente più di altri, più della sceneggiatura o della fotografia, resiste al film, al progetto filmico, al voler-dire dell’artista, alla volontà di controllo dell’autore - signore del racconto: l’attore.

Nel film trionfa la politica dell’attore, certo per la complicità del regista che ha trovato il giusto rapporto fra progetto filmico, l’idea che aveva in testa, e la realizzazione in carne e sangue, l’inscrizione, proprio accettando la resistenza, la forza dell’attore che resiste all’inquadratura fin da subito, dandogli le spalle. L’attore, dicono Luc Moullet e Alain Bergala, è sempre l’elemento più resistente: con la grana della sua voce, la propria ritmica, la sua postura, Mickey Rourke è il supporto materiale di tutte le fatiche del mondo, un golgota di carne, calvario di pene e sudario impregnato di strazio, corpo crollante, cadente, cascante, che coagula, a grumo sgocciolante, il progetto del regista, è il Verbo, sgrammaticato e scomposto, che si fa carne, incarnazione dell’idea, che altrimenti sarebbe rimasta allo stato fantasmagorico, nel cielo platonico, beata, immobile, impotente e inespressiva.

Mickey Rourke, il wrestler, giorno dopo giorno, inquadratura dopo inquadratura, sfida dopo sfida, colpo su colpo, è l’incontro che lo spettatore può fare con la realtà, a muso duro, sbattuto sul tappeto del ring. È lo sforzo, il dolore, il rifiuto, la decisione, che ostacolano e, insieme, innalzano il gesto artistico del regista, slontanandolo dall’accademismo e dall’effetto. Come si innalza, a volo d’angelo, per precipitare nel magma, nel caos, nella voragine nera che, anticipandoci tutti, attende con bavose fauci spalancate l’umanità tutta inscatolata dentro poltrone sfondate dal comfort e insalate di patate di plastica. Volo d’angelo che è forza illogica, non ricomponibile, né ricucibile, nonostante il tentativo in extremis (in excelsis dei) della madonna apparsa come un boa avvinghiato al palo della lap dance, una forza che è pulsione, viaggio fassbinderiano a strapiombo nel vuoto nero, nell’orrore del vuoto e del negativo, il nero dell’ultima immagine del film gonfiata dalla viva forza pulsante, dalla tensione e dalla scintilla vitale – Aronofsky aveva già donato colore alla vita di corpi deliranti e tormentati in Requiem for a Dream.

Duchamp diceva che c’è opera d’arte laddove si dà un coefficente personale: ebbene questo è Mickey Rourke, campione e capolavoro di body art, installazione vivente all’interno di una pièce di Ionesco planetarizzata negli inferi aperti, come un abisso, proprio nella ferita del corpo di Rourke, vera sceneggiatura e scenario del racconto, arena, in cui si scavano, nella nodosità dei filamenti muscolari, gli alti e bassi, il ritmo sincopato di una tessitura di relazioni e giunture dominate dallo spezzarsi e dalla rottura irrimediabile, dal crollo, di corpi e spazi grigio-ferro anonimi e perduti, infossati in una herzoghiana desolazione.

Uno sfacelo, questa umanità derelitta, frammentaria, a pezzi (non ci sono totali o vie di fuga, come nel concentrazionario Un condannato a morte è fuggito di Bresson), riflessa, ma pure glorificata: nel pezzo di carne baconiano macellato dell’ammasso di-segnato di Rourke, corpo che (si annoda alla carne, mai solo massa, ammasso, agglomerato inerte e pratico, del lottatore Polakai (Wallace Beery), corpo vivo a dispetto della sua pesantezza, rudimentalità e dis-grazia, in quella fenomenologia del corpo che è Flesh di John Ford), al di là del bene e del male, questo corpo, rimane pur sempre la nostra unica proprietà (di espressione), quella di cui potersi, pure, disfare – a volo d’angelo. Lezione di sport.