My Favorite Things
Lavori in corso, a Cineforum carta e web: l'ha certamente capito chi ha letto l'editoriale del direttore Adriano Piccardi sul nuovo numero di Cineforum. E, nel cambiamento della rivista nel suo insieme, vorremmo tener conto anche dei vostri desideri e gusti. Ecco perciò un questionario (anonimo) attraverso il quale noi possiamo conoscere meglio le vostre aspettative e le vostre opinioni, per noi preziose. Grazie.





Iscriviti alla nostra newsletter

Training Day di Antoine Fuqua

Stasera in seconda serata su Iris un film di grande successo che ha riscritto le regole del poliziesco contemporaneo: Training Day di Antoine Fuqua. Qui sotto l'estratto della recensione di Pier Maria Bocchi pubblicata su Cineforum 410 del dicembre 2001.


L’apparizione di Training Day sul mercato cinematografico americano attuale è quantomeno sorprendente: perchè in tempi di albertpyunismi e stevenseagalismi (anche se Ferite mortali qualcosa di buono ce l’aveva) dimostra che si può ancora fare un poliziesco come una volta, e che funziona e che è al passo coi tempi e che non è per niente anacronistico; perchè non c’è bisogno di andare a cercare nell’underground indipendente e fuori dalla luce dei riflettori, e anche una major come la Warner ne è capace, anche con la tensione dello star-system tra le mani. La scelta per la vetrina festivaliera veneziana è da applaudire: peccato che non sia cambiato l’atteggiamento critico e pubblico, generalmente parlando. Lo snobismo è ancora diffuso. Rientra in gioco il fattore autoriale. Figuriamoci se è degno di considerazione uno che ha fatto Costretti a uccidere. Metteteci insieme il coefficiente di sottovalutazione di genere, e l’apartheid è sicuro. Che sia stato in testa alle classifiche degli incassi in patria è pure un deterrente. Che Fuqua sia o no un autore, e che dunque il suo film possa avere il rispetto che si dedica a un regista già alzato, è discorso che fa ridere. Antoine Fuqua ha fatto una pellicola bruttina prima, e magari in seguito non ne azzeccherà più una, ma chissenefrega, Training Day è un gran film.

Stupisce non poco il rigore del film. Nel genere, era da anni che non si vedeva un rigore di messinscena e morale come quello di Training Day. Per questa specie di Fuori orario poliziesco, Fuqua è stato incredibilmente razionale, soprattutto dopo la vertigine superficiale di Costretti a uccidere. Training Day è tutto girato come sommesso, pacato, con la macchina da presa attaccata ai personaggi: sembra che non si stacchi mai dai volti, e che Fuqua abbia girato due ore di facce, di occhi, di bocche, di nasi. L’incandescenza del contesto e la follia che serpeggia pare vengano da lì, dai volti. E tutta la tensione deriva dalla pelle e dai corpi, più che dai movimenti di macchina. Fuqua ha infine compreso che non serve una coreografia per fare un genere. Se c’è una coreografia, in Training Day, è quella che somma Hoyt e Harris, ma non in un balletto di pallottole e action, bensì in un legame di precisione etica. È come se lo sguardo di Fuqua, nonostante esca nei quartieri e per le strade, non si allontani mai troppo dall’abitacolo dell’auto-ufficio di Harris, e quindi dai suoi due abitanti. In quell’auto, vicino a quei due corpi, ci sono tutte le coordinate di un genere. Training Day è quasi un kammerspiel in cui fermentano piano gli stereotipi che hanno fatto grande il poliziesco negli anni Settanta. È un’auto dove si parla e si agisce vecchio stile, dove trovano posto osservazioni su lupi e agnelli, criminali e giustizia, ideali e annientamenti degli stessi. In quell’auto, si svolgono due percorsi, entrambi verso il buio, uno letterale, l’altro metaforico.

Il viaggio di Harris è un tragitto di progressiva (auto)distruzione. D’accordo, c’è la follia, di potere, grandezza, onnipotenza. Eppure, molto più che in filigrana, l’annientamento graduale del poliziotto lascia trasparire una consapevolezza più amara e disperata. Harris è uno che ha fatto il suo tempo. Non che tipi come Harris siano obsoleti e passati, assolutamente: Harris non ha più tempo, il suo tempo è scaduto. A parte il conto alla rovescia che gli toglie, diegeticamente, tempo, Harris è un poliziotto che ha già dato, e che prende coscienza che deve essere tolto di mezzo. Harris incarna la figura del lavoratore a tempo determinato nella sua più letterale e mortale essenza. Tutto il tempo che gli “alti papaveri” gli hanno concesso, dal suo ingresso nel corpo di polizia, è terminato. Che poi Harris abbia sgarrato una volta di troppo, o abbia dato giù di matto, o abbia pestato il piede sbagliato, o sia diventato un peso imbarazzante, importa poco: è l’idea di un uomo che a un certo punto (un punto qualsiasi, di decisione imprecisata, che ingloba elementi di fatto, esterni, a latere) sa di aver ultimato il proprio lavoro e la propria vita, a caricare di valenze importanti il personaggio. Harris è un uomo a scadenza; deve essere spostato non per lasciare il posto a un altro che segua le sue tracce, tanto c’è posto per tutti; nemmeno, più semplicemente, perchè diventato incapace o vecchio; piuttosto, perchè ha finito i suoi giorni, ha finito il suo compito nella società.