Un bacio romantico di Wong Kar-Wai

Un bacio romantico (My Blueberry Nights, 2007), il primo e per ora unico film americano del grande regista di Hong Kong Wong Kar-Wai, sarà trasmesso questa sera, sabato 24 giugno, su La7D alle 23.40. È l'occasione per tornare su uno dei lavori più controversi e meno considerati di Wong, e noi lo facciamo pubblicando un estratto della recensione - o per meglio dire, la perfetta analisi stilistica - che Alberto Pezzotta scrisse per il n. 474 di Cineforum, all’uscita del film nel 2008.
Il numero della rivista è acquistabile in pdf qui.


[…] Ora, Wong ha sempre giocato con la cultura pop, prima di essere percepito come autore. Un pop postmoderno, e che David Bordwell in Planet Hong Kong. Popular Cinema and the Art of Entertainment ha analizzato molto acutamente in quello che resta uno dei migliori saggi sul suo cinema. Ma un conto è essere pop e postmoderni nella Hong Kong del 1994, giocare con metafore sentimentali anche trite (le merci che scadono) e trasformarle in metafore di un’epoca. Il lessico da romanzo rosa (magari da romanzo ro- sa per intellettuali, tipo Manuel Puig o Haruki Murakami, per citare due vecchi riferimenti di Wong), trapiantato in un altro contesto – quello del cinema globalizzato della fine del primo decennio del nuovo millennio –, però, cade a vuoto. Resta lessico da romanzo rosa e non è più metafora di nulla. Tradisce solo la difficoltà di chi vuole restare autore in un contesto mutato, e cerca di rivolgersi a un pubblico più ampio con un lessico che però rischia di venirgli alienato ed essere letto al primo grado.

Parliamo di stile, allora. Per quanto Un bacio romantico sia girato più in fretta del tipico film di Wong Kar Wai (ciò che a detta di altri sarebbe responsabile di un maggiore schematismo e di minore libertà), l’elaborazione formale è comunque vistosa, né il cambio di direttore della fotografia sembra comportare grandi novità. Chi conosce il suo cinema, ritrova una grammatica ormai ben nota: le velocità alterate, lo strech-printing (una tecnica di postproduzione che consiste nello stampare più volte lo stesso fotogramma) ripetuto fino alla nausea, i colori saturi. Ma guardiamo il montaggio di cui, da molti anni, si fa carico lo scenografo William Chang. A quattro minuti dall’inizio, uno dei primi colloqui di Jeremy e Elizabeth è scomposto in un’infinità di punti di vista, con continui scavalcamenti di campo e cambi di inquadratura. Norah Jones entra in campo da destra, nell’inquadratura successiva è a sinistra. Le scritte sui vetri si sovrappongono ai volti dei personaggi, creando altri ritmi e richiami visivi. Il tentativo, evidentemente, è quello di rendere la confusione, l’apprensione, l’emozione di un primo incontro, in cui entrambi i personaggi si muovono su un territorio incerto. Ma a un certo punto il montatore sembra procedere col pilota automatico: ha a disposizione sei, dieci riprese diverse della stessa scena, e le vuole usare tutte, più attento a questioni astratte di ritmo che a esigenze narrative. Chang è cresciuto alla scuola del maestro modernista Patrick Tam, che ha montato Days of Being Wild e Ashes of Time in modo spesso sperimentale e nello spregio geniale delle regole che vengono insegnate nelle scuole occidentali; ma negli ultimi tempi (vedi anche Everlasting Regret di Kwan) Chang sembra montare troppo, e senza un perché. E che in Un bacio romantico ci sia a metà un lungo piano-sequenza statico (quello del monologo di Rachel Weisz) sa più di gusto della variatio da parte di Wong (come se dicesse: guardate che so fare anche questo...), piuttosto che di vera esigenza interna. Special- mente se le parole pronunciate dal personaggio non sono poi così memorabili.

Alla fine, come spesso succede, di fronte al rischio dello svuotamento tematico, un regista si rifugia nella tecnica. E per quanto paradossale, lo stile sembra il miglior antidoto al manierismo: perché lo stile è anche artigianato, prassi, esperimento, gioia creativa. Che Wong si sia divertito a fare Un bacio romantico è indubbio. Ma è uno di quei casi in cui lo spettatore può non stare al gioco.