Una storia vera di David Lynch

Questa sera, su Iris, alle 21:00 andrà in onda Una storia vera (The Straight Story). Pellicola del 1999 diretto da David Lynch. Fabrizio Tassi, su Cineforum 393 (acquistabile qui) lo ha descritto come un "film, che da un punto di vista esteriore appare come un ribaltamento del cinema di Lynch", mentre "da quello interiore diventa una sua ulteriore esaltazione". Riproponiamo alcuni estratti dell'articolo in questione.


«A cosa ti serve un afferra-oggetti?». «Ad afferrare oggetti!». Nulla di più semplice ed evidente, a prima vista. Ce lo dicesse un qualsiasi cine-artigiano che si dimena tra una commedia sentimentale e un drammone lacrimoso, lo prenderemmo per matto. E invece a illustrarci "l'ovvio", l'urgenza della "realtà-vera", magari perfino la mistica di un ritorno al cuore della vita e del cinema, c'è Mister Inquietudine, il mago dell'assurdo David Lynch: lo stesso autore visionario che ci ha fatto percorrere le strade perdute dell'incubo […] questa volta non implica chissà quale enigma o ambigua complicazione: semplicemente esiste ed esiste adesso, prima di ogni possibile interpretazione e tentazione intellettuale. Così come è assolutamente "semplice" (in un modo insieme sfrontato e autentico) l’ultimo Lynch che presta il suo mestiere all'estetica dell’emozione, facendo arrossire i mestieranti del cinema sentimentale. Per un po' stentiamo a crederci, poi ci lasciamo conquistare da questa lenta cavalcata controcorrente: Straight che sfida il buon senso, Lynch che sfida la frenesia schizofrenica del cinema commestibile e le attese dei suoi fan

Qua e là sentiamo perfino aleggiare lo spirito di nonno Ford, la sua epica solare, il mito di un'umanità solidale che viaggia verso una felicità ancora possibile: con la differenza che Lynch deve vedersela con spettatori disillusi, grassi e iper-stimolati, deve asciugare ogni possibile traccia d'enfasi e deve fare l'autore che gioca consapevolmente con gli stereotipi (insomma fa un prodotto meditato, consapevole e anti-spettacolare). […]

E’ una storia diritta, lineare, fatta di dialoghi limpidi (merito di Mary Sweeney, compagna di Lynch) e lunghi silenzi, che scorre dal dettaglio al totale in dissolvenza incrociata (ma usa spesso anche le dissolvenze in apertura e chiusura: “Mi sono sempre piaciute... Le cose procedono per gradi: devono crescere, aver luogo e andarsene... Proprio come per i pensieri”, da “Lynch secondo Lynch”, Baldini e Castaldi) e si appassiona ai memorabili volti di Richard Farnsworth, Sissy Spacek e i loro compagni d'avventura. Ma il suo ritmo è palesemente circolare: quante volte durante questo viaggio ci capita di ripercorrere emozioni, idee, immagini, occasioni già vissute (il film è pieno di questi ritorni, di questi cerchi che si chiudono lungo il tragitto). E alla fine armonie e disarmonie vengono ricomposte in un epilogo che è identico al prologo, mentre la realtà di una vita veramente vissuta (il vero Alvin Straight, scomparso quattro anni fa) ricreata al cinema ridiventa utopia.

[…] C'è chi ha ceduto alla tentazione di "prendere l'autore in castagna": e così The Straight Story è diventato uno strano oggetto da dibattito […] In realtà, basta guardare questa pellicola alla luce del cinema che l'ha preceduto per vedere in trasparenza suggestioni, moduli espressivi, artifici tecnici e addirittura ricalchi visivi del David Lynch "ortodosso". Se n'è già parlato anche su queste pagine (“Cineforum” nn. 385 e 392). L'incipit è quasi uno scherzo in cui il regista americano sembra divertirsi a giocare con se stesso e con le attese del suo pubblico: il buio stellato che ci riporta all'epilogo di The Elephant Man; i sintetizzatori di Badalamenti, il volo sulla cittadina di Laurens e quell'inquadratura inquietante (da un angolo in alto a sinistra) di una strada di provincia semi-deserta che rievocano Twin Peaks; e poi, soprattutto, la villetta e il dolly verso il giardino che sanno di Velluto Blu. […] Ma questa volta la provincia americana è popolata da innocui vecchietti, casalinghe sovrappeso e signorine un po' tonte. […] E il film diventa quasi lo svolgimento di quel "sogno di normalità" che l’uomo elefante può concedersi (morendo) alla fine del suo martirio.

[…] Questo film, che da un punto di vista esteriore (temi, toni, luoghi) appare come un ribaltamento del cinema di Lynch, da quello interiore (suggestioni, intuizioni visive, rigore visionario) diventa una sua ulteriore esaltazione. Quasi un nuovo esercizio di stile che sceglie - come ai tempi di The Elephant Man - di riapplicarsi al cinema classico, a quella sottile e raffinata alchimia da cui dipende la sua trasparenza. Ma, come abbiamo già scritto (in "100 per il 2000", «Cineforum» n. 392), il cinema di Lynch ha soprattutto bisogno di innamorarsi di un progetto e poi di lasciarsi andare all'intuizione, alla ricerca dell'immagine-suono “giusta” […] E un cinema di “geroglifici sensoriali" fatti per essere sentiti più che spiegati, che vivono di un misterioso equilibrio da ritrovare ad ogni inquadratura: un'ombra, alle spalle di Alvin, riflessa insieme alla pioggia su una parete gialla di casa sua; una palla e un bambino intravisti nel buio fuori dalla finestra; il crepitio del fuoco di un bivacco (immaginando il sapore di una salsiccia e l'odore della notte) mentre Straight racconta dei suoi 14 figli (un bastoncino da solo è facile da spezzar e... ); il gigantesco silos inquadrato nella notte, dal basso, come un pauroso totem-dio venuto a giudica re l'uomo Alvin; il movimento di camera dal giallo-grano all'azzurro-cielo e ritorno, a unire sopra e sotto, finito e infinito; lo stacco misterioso su un piccolo cimitero del Wisconsin, una luce lontana e un uomo che la attraversa (sarà Lyle? o forse è già morto?); il primissimo piano finale, con la mdp fissa per un lunghissimo istante su Lyle/Harry Dean Stanton, il suo volto trasfigurato dall’emozione... […]