Una storia vera di David Lynch

Stasera (domenica 16 luglio) alle 21:00 su Iris un film che non ha bisogno di presentazioni: Una storia vera, il grande capolavoro di David Lynch degli anni Novanta. Ecco il pezzo che la nostra Emanuela Martini scrisse in occasione della presentazione del film a Cannes nel 1999. Il pdf dell’articolo su Cineforum 385 del giugno 1999 è disponibile qui).

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Cosa c'è sopra gli orrori che si nascondono sotto le apparenze consuete della vita quotidiana? Sopra le orecchie mozzate in un prato, sopra i granai dai quali si levano improvvise le fiamme, oltre la linea spartitraffico che scompare all'orizzonte? C'è il prato verde che circonda una casa di provincia, un cielo stellato che sembra abbracciarci fino a terra, una distesa infinita e costante di campi di mais. Sopra gli orrori della nostra storia che ci straziano l'anima e la psiche, c'è la nostra storia "diritta" che, bene o male, siamo costretti a perconere fino in fondo, e che, se abbiamo il coraggio e la forza di un unico gesto, può riconciliarci con noi stessi.

Alvin Straight aveva settantatré anni, ci vedeva poco e per camminare era costretto ad appoggiarsi a due bastoni quando, nel 1994, decise di percorrere più di 500 miglia su un vecchio tosaerba a motore per andare
a trovare il fratello Lyle, colpito da 
un infarto. Non si parlavano nemmeno da oltre dieci anni. Alvin viaggiò per sei settimane, da Laurens nello Iowa a Mt. Zion nel Wisconsin, tirandosi dietro un traino pieno di latte di benzina e wurstel, accampandosi di notte nei boschi,
 nei pressi dei cimiteri, nei garage 
di contadini. Lento, sbuffante, sperduto tra il grigio della strada, il giallo del grano e il blu del cielo,
solo per «sedere con lui e guardare le stelle, come facevamo tanto tempo fa». Un gesto, per superare
le oppressioni della notte, i ricordi disperati, il nulla della vecchiaia. 


A cinquantatrè anni, con un gesto
 di enorme generosità (innanzitutto cinematografica), David Lynch decide di risalire alla superficie di
 quel paese che ha scandagliato nel profondo, ogni volta partendo da particolari più ravvicinati e scoprendo simbologie sempre più nere. Risale alla terra, al cielo, al simbolico attraversamento del Mississippi, alla rincorsa a perdita d'occhio della strada e allarga lo sguardo, in un viaggio che è l'esatto, matematico contrario dei suoi viaggi precedenti. Dove c'era un prato (l'attacco di Una storia vera è pressoché identico a quello di Velluto blu) non ci sono solo l’orecchio e il brulichio invadente degli insetti; dove c'è un incendio improvviso non si acquatta solo il mostro vorace di Twin Peaks; inseguendo un nastro stradale non si finisce solo nell'agghiacciante dimensione parallela di Strade perdute. Ci sono anche l'America immalinconita dalla vecchiaia (a parte un paio di incontri sulla strada, tutto il film pare percorso da vecchi), le figure surreali di una nevrosi endemica (la donna che non riesce a non investire i daini, i due fratelli meccanici), le persone chiuse nel loro silenzio che riescono all'improvviso a raccontare. Primo fra tutti Alvin (e, forse, primo fra tutti Lynch), che una sera, in una scena tristissima, dice alla figlia: «I want to go back on the road».

La strada, la strada che ti concede un tempo tutto tuo (e quanto se ne concede Alvin, con il suo mezzo lentissimo), il tempo per pensare, il tempo per parlare con degli sconosciuti e, se hai fortuna, tirare fuori i segreti che non diresti mai a una figlia. La strada che permette all'occhio di immergersi in certe superfici e certi colori che la vita quotidiana appanna; la strada simbolo di tanta cultura americana, della fuga, della solitudine, dell'incontro con se stessi e con l'immensità del paese. La strada di “Foglie d'erba”, di Walt Whitman, non a caso citato nel pressbook americano del film: «You road I enter upon and look around / I believe you are not all that is here / I believe that much unseen is also here». Una storia vera è un film di una commozione assoluta e suadente, un'immersione, ritmica e visiva, nello stesso senso culturale e psicologico del paesaggio americano, una storia vera che, come gli incubi precedenti di Lynch, richiede un abbandono completo alle suggestioni remote e sommerse dell'immaginario che evoca. Solo che, a differenza dei film precedenti di Lynch, non si tratta di un incubo ma piuttosto di un sogno. Il dato straordinario del film non è tanto (come qualcuno ha suggerito) il fatto che David Lynch sia diventato "buono", ma piuttosto quello che sia riuscito a ribaltare la prospettiva della sua narrazione senza alterare minimamente te il proprio linguaggio, in un fenomeno di accecante sovrimpressione. Non si tratta solo di quegli elementi di quasi letterale “autocitazione” già indicati i (ma, più che di citazioni, si tratta di "luoghi" ormai classici dell'universo lynchiano). Tutto il film è costruito con lo stesso senso di aspettativa che ci agganciava a Strade perdute e Velluto blu e con il progressivo svelamento (ma solo per un attimo, in un dialogo essenziale, in un'immagine recuperata all'improvviso dall'inconscio) di quello che ci teniamo sepolto dentro: una figlia un po' ritardata alla quale hanno tolto i bambini e il suo dolore inesauribile (bellissimo, il ritorno dell'immagine della palla e del ragazzino, evocata fuori dalla finestra dalla memoria di Sissy Spacek), un uomo ucciso in guerra e percepito ancora, dopo innumerevoli decenni, come una colpa atroce, un fratello ancora più presente nella sua rabbiosa assenza.

Queste sono le strade perdute di Alvin Straight, un vecchio come tanti che ha conservato la memoria della propria vita. «La parte peggiore della vecchiaia» dice a un certo punto Alvin, «è ricordare quando si era giovani». Una dichiarazione di sconcertante umanità e semplicità per un autore che ha sempre inseguito il lato oscuro e che, una volta di più, ci dichiara che il lato oscuro siamo tutti noi, che le sue paure ghignanti sono le stesse che noi sappiamo esprimere con parole quotidiane. Ecco allora che il "dentro" diventa "fuori": fin dall'inizio, nella folgorante dissolvenza incrociata tra il muro bianco della casa di Alvin quasi animato dall'ombra della pioggia che cade e il campo di grano che piano piano prende forma da questa pioggia e si sostituisce a questa superficie. E Alvin può tornare a sedersi sotto il portico di una baracca con Lyle, alzare gli occhi e farsi ingoiare dal cielo stellato.