Vittime di guerra di Brian De Palma

Vittime di guerra, il contrverso film che nel 1989 Brian De Palma dedicò alla guerra in Vietnam, sarà trasmesso questa sera, lunedì 26 giugno, su Iris alle 23.15. Per l'occasione, riproponiamo un pezzo storico della rivista, pubblicato sul n. 292 di Cineforum, quando il film uscì nelle sale italiane. 


Brian De Palma compie il suo servizio militare in Vietnam e torna con una visione molto personale delle giungle esplorate, dei visi gialli incontrati, dei drammi vissuti. E anche – c'è da scommetterei – della sceneggiatura di David Rabe, ispirata ad un avvenimento reale successo nel 1966 e rivelato sul «New Yorker» il18 ottobre 1969 dal giornalista Daniel Lang, più tardi autore di un libro sul medesimo episodio. Soggetto e sceneggiatura vengono contesi e molte volte passano di mano. l diritti cinematografici vengono infatti comprati dalla Warner Bros che affida la regia successivamente a Clayton, Schlesmger e Schatzberg. Più tardi la Warner cede i diritti alla Paramount che affida la sceneggiatura a David Rabe, autore di Streamers, portato sullo schermo da Altman, e la regia a De Palma. Ma, alla fine, la Paramount cambia idea e vende il pacchetto alla Co- lumbia. Finalmente arriva il primo ciak.

Come in quasi tutti i film sul Vietnam, anche in questo Vittime di guerra c'è poco Vietnam. Si direbbe che i registi americani che hanno combattuto in lndocina o hanno avuto l'età per farlo (De Palma fu riformato perché asmatico) non siano interessati a parlare di quella guerra, anche se si tratta di un vero e proprio libro di storia. Pazienza. Fin dall'inizio, comunque, il regista scopre le sue carte. Lo aiuta una grande metafora: la recluta Eriksson è impegnata in un'operazione di pattugliamento. A un tratto, una fenditura gli si apre sotto i piedi: il giovane precipita per metà in una galleria vietcong, esposto agli agguati del nemico; per metà emerge dal terreno e può sperare che un commilitone lo scopra e lo salvi. Come i suoi protagonisti, Vittime di guerra è un film sospeso tra la terra e l'inferno: basta un piccolo smottamento perché la situazione cambi per sempre. Siamo ai confini del mondo, prossimi al regno delle tenebre, un regno che De Palma ha già frequentato con profitto. In questa zona di inquietudine perenne, il regista inserisce l'americano medio, con la sua faccia perbene, le sue idee di giustizia e il suo coraggio. Un pallido Lancillotto emerso dal lago. Ma, al tempo stesso, il regista non dimentica la terra: ci sono infatti San Francisco, il presente, l'America delle colpe e della rimozione.

Il viaggio in Vietnam di Eriksson è una ricognizione ai confini del mondo, dove l'horror non è metafisica, come nel viaggio di Willard alla ricerca di Kurtz, ma sempre reale, fatto di sangue, napalm, gallerie sotterranee, stupri e morte. De Palma offre un impatto immediato, violento, con questo mondo: l'uccisione della ragazza gronda di sangue, l'elicottero che trasporta Eriksson ferito sembra trasportare, con la macchina da presa, anche il pubblico. E proprio come in un film dell'orrore, De Palma trasmette brividi e non pathos, sensazioni e non partecipazione, retorica e non interpretazioni di storia, etica e non demistificazione dell'ideologia. Lo stupro non diventa mai, come in qualunque altro film sarebbe stato, metafora della condizione di un popolo di fronte all'intervento americano. Resta uno stupro. Solo sussidiariamente, come suggerisce la tradizione militare, è il diritto del vincitore sulla donna del vinto.

De Palma, qui al diciannovesimo titolo di una fitta filmografia, e al suo terzo film contro la guerra in Vietnam, dopo i giovanili e giovanilistici Hi, Mom e Ciao America, si riconferma virtuoso della regia, manipolatore dei codici retorici del linguaggio cinematografico. Il suo stile è aggressivo, visionario, coinvolgente, “dolby-dipendente”. In una parola, urlato. A misura, comunque, della mostruosità delle situazioni e dei personaggi, che ripetono quasi concordi che «il Vietnam è l'inferno». De Palma filma come un guerrigliero: si nasconde nella giungla, poi ali 'improvviso emerge e lancia la sua sfida. Anche gli attori sposano questa poetica dell'eccesso: Sean Penn è cinico fino a sembrare torvo, Thuy Thu Le è dolente fino a sembrare demente, e, all'opposto, Michael J. Fox è perbene fino a sembrare idiota. In lui si rispecchia l'America infantile e generosa che si rifiuta di crescere raccontata in Ritorno al futuro. Ma poi anche De Palma imbroglia le carte, travolto dalla propria visionarietà, dalla seduzione e dalla ripulsa del cinema spettacolo. Ecco dunque lo stupro più inatteso, tutto svolto in secondo piano, quasi privo di particolari, asettico, alla Mizoguchi.

La cifra urlata di questo film non impedisce a De Palma di costruire un dibattito a due voci tra due concezioni del mondo. Si è detto che i personaggi del film non sono significativi, ma nevrotici. Verissimo. Ma questa nevrosi è in Vietnam malattia comune, come confermano tutti i film su quella guerra, eccetto il primo e più spudorato, Berretti verdi di John Wayne. Fissati i decibel d'ascolto, il dibattito può cominciare.