Volere volare di Maurizio Nichetti

Stasera su Cine Sony (canale 55) alle 21:00 Volere volare di Maurizio Nichetti, uno dei film più premiati del regista milanese che nel 1991 si aggiudicò anche un David per la sceneggiatura. Qui sotto la recensione di Ermanno Comuzio da Cineforum 303 dell'aprile '91.


Nichetti lo ribadisce volentieri: Volere volare, come ideazione, viene prima del Roger Rabbit; il progetto di mettere insieme personaggi «dal vero» con disegni animati precede quindi il gran successo della megaditta Spielberg-Disney.

I risultati tecnico-artistici della commistione, ancorché meno ricchi e meno continui che nel film americano, sono anche qui di tutto rispetto. La storia si inserisce dritta nella propensione di Nichetti alla stravaganza pura, ed ha trovate piene di fosforo: eppure c'è qualcosa che impedisce a Volere volare di raggiungere quello stato di grazia nel genere «fusion» che apparteneva al più compatto Ladri di saponette.

Ecco, forse manca alla pellicola attuale proprio la perfetta combinazione dei diversi elementi che la compongono. Maurizio (Nichetti) è un rumorista per il cinema che si è specializzato nel sonorizzare vecchi disegni animati. Nei momenti liberi va in giro per la città a registrare rumori, che utilizzerà poi in studio di registrazione, diviso col fratello Patrizio (Roversi), tanto estroverso quanto lui è timido e complessato. Maurizio se la fa con i «cartoons» perché con loro se l'intende, mentre Patrizio è più adatto a lavorare con le attrici, e allora doppia con gruppi di allegre fanciulle invitate a spogliarsi, per sentirsi più in parte film a luci rosse. Quando Maurizio, inaspettatamente, si innamora di una ragazza, di professione «assistente sociale» (sui generis: seconda, con assoluta professionalità, i gusti deviati di alcuni «clienti»), sarà per una questione psicosomatica, sarà per altre ragioni legate alla sua morbosa timidezza, diventa a poco a poco un disegno animato. Ma che importa, dopo tutto? Manca solo la battuta: «Nessuno è perfetto», in quanto Martina, dopo il comprensibile smarrimento, accetta di buon grado la situazione.

Il momento in cui Nichetti, con il decisivo apporto di Manuli che firma con lui la regia (ambedue vengono come noto dalla scuola di Bozzetto), si trasforma in «cartoon» è più simile ad un «horror» anche per la musica di Manuel De Sica) che ad una comica, ed il finale è leggermente inquietante. L'accettazione è preparata dal fatto, se si vuole, che la ragazza (una bravissima Angela Finocchiaro) è avvezza per il suo mestiere a tutte le stranezze, ma siamo noi spettatori ad accogliere con più difficoltà questa conclusione, che nelle intenzioni si intuisce vorrebbe glorificare le legittimità delle varianti inventive capaci di vivificare il rapporto sessuale. Con tutta l'ammirazione che possiamo nutrire per Max Fleischer o per Ub Iwerks.

Ma non è questo il punto. Il fatto è che nei singoli momenti di cui si compone Volere volare è spiritoso e inventivo, ma tali momenti non quagliano sempre. Le «perversioni» dei clienti di Martina su musiche classiche; l'esprimersi di Maurizio con la ragazza, al primo incontro (naturalmente gli si paralizza la lingua), per mezzo dei rumori che ha registrato (in un'altra situazione si fa riconoscere premendo la trombetta ad aria che ha in tasca, come faceva Harpo Marx); il proiettore cinematografico usato per arrostire le bistecche ed affettare il salame; il doppiaggio del porno in costume settecentesco con gli effetti sonori da «cartoon»; le mani disegnate autonome e il deambulare di Maurizio fasciato come L’uomo invisibile sono tutte cose schiettamente divertenti. Anche certe finezze che riguardano il rapporto fra personaggi in carne ed ossa e personaggi disegnati sono felici, come quando le tartarughine proiettate sulla giacca di Maurizio gli entrano nel taschino e lui se le porta dietro. Ma, appunto, manca tutto sommato la «necessità» (fantastica, si capisce, non logica) del concetto «forte» di tutto il film, la motivazione della trasformazione del protagonista. E poi mi correggo perché non logica? Più ricorriamo al fantastico, più dobbiamo essere logici