Come una finestra sul mondo: onestà nel raccontare.

Ecco cosa ci aspettiamo dal cinema. E soprattutto da questo cinema. Povero di mezzi, ma tante volte più ricco di idee e di stimoli rispetto a quello che vediamo di solito.

Ed è il caso di Life Saaraba Illegal di Peter Heller, Saliou Sarr & Bernardo Ruebe (Germania 2016), un progetto (limpido, trasparente eppure che mostra colori differenti, come l'acqua del Garda in questa immagine, sempre tratta dai luoghi che ho attraversato quest'anno per raggiungere IFFI) che si sviluppa nell'arco di una decina di anni e prende le mosse dalla storia di due fratelli, Aladji e Souley, nati in una piccola isola di pescatori, persa nell'oceano Atlantico di fronte alle coste dell'Africa occidentale. Mentre Aladji, il maggiore, raggiunge l'Europa e lavora sui pescherecci spagnoli come nelle piantagioni di pomodori, Souley, il più piccolo, non crede ai racconti di vita dura - e da clandestino anche dopo tanti anni - del fratello e desidera soltanto poterlo raggiungere al di là del mare.

È una speranza quella che lo guida. E forse sarà proprio questa a perderlo. Lui come il fratello d'altronde, ormai completamente vittima. sempre in Spagna, dei suoi deliri pseudo-religiosi.

La macchina da presa è curiosa e instancabile, varca spesso i confini. Confini che è necessario superare costantemente.

Quelli quelli tra natura e cultura, realtà e rappresentazione, giorno e notte (come nell'ora in cui ho scattato le foto qui sopra e qui sotto, con un cielo ancora luminoso sopra una città in cui si accendono i primi lampioni), quelli tra terra e acqua, tra gli stati e i continenti,  e ancora quelli di genere, tra fiction e documentario ad esempio.


Come nell'intenso Als di Sonne vom Himmel Fiel (The Day The Sun Fell) di Aya Domenig (Svizzera 2015). Un essai in cui la regista, un'affascinante bellissima svizzero-giapponese, narra la vita di Shigeru Doi, suo nonno, medico della Croce Rossa ad Hiroshima l'indomani del 6 agosto 1945, giorno del fatidico scoppio della bomba atomica, che pose fine alla seconda guerra mondiale. Accanto al nonno (già scomparso quando Aya sei anni fa comincia il suo film) lavoravano però i più straordinari testimoni di questo documentario: la nonna di Aya e moglie di Shigeru, il dottor Shuntaro Hida, nato nel 1920, l'unico medico sopravvissuto fino ad oggi e testimone di quell'immane tragedia e soprattutto Chizuko Uchida, un'infermiera che nel 45 aveva solo 22 anni e da allora un'hibakusha, una "sopravvissuta" all'ecatombe nucleare, scartata da tutti in quanto sicuramente non indenne dal contagio contratto, stando accanto alle tante vittime della strage.

Poi, mentre Aya sta completando le sue ricerche per il film l'11 marzo 2011 avviene l'incidente di Daiichi Fukushima, ed ecco che il suo progetto prende una piega differente Sebbene chi ha vissuto Hiroshima si fosse, per giuramento quanto per comprensibile reticenza, rifiutato di parlare da allora in poi della propria esperienza, dopo Fukushima cambia atteggiamento e diventa testimone prezioso quanto necessario di che cosa significhi “contaminazione nucleare”.

Ed è commovente vedere nel film la vecchia infermiera Chizuko, ormai quasi incapace di camminare, coltivare nel suo giardino piante che contrastano la cosiddetta “radiazione interna” e, dopo averle fatte seccare, inviarle gratuitamente alle vittime di Fukushima. Così come il dottor Hida, nonostante i suoi quasi 100 anni di età, correre da un'università all'altra per raccontare a tutti quanto possano essere pericolosi, anche a distanza di decadi, gli esiti di una fuga di materiale radioattivo.

Angosciante, appassionato, commovente e sentito Als di Sonne... è il cinema che ci piacerebbe vedere più spesso. Un cinema che, pur prendendo le mosse dalla realtà,  attraverso una rappresentazione non priva di empito estetico, riesce a trascenderla, e a comunicare davvero un'emozione.