Un viaggio. In fondo questo è un festival. Un trascorrere di immagini, il più possibili significative, davanti i nostri occhi. Realtà vera e realtà aumentata. Vita autentica e riprodotta. Il tuo sguardo libero (?) e quello condiviso - necessariamente - con il regista.

Come in un viaggio ti scegli i compagni. Oppure te li ritrovi imposti dal caso. E le sorprese sono di solito più interessanti dei piani predisposti.

Innsbruck da questo “punto di vista” è particolarmente interessante.

Una città in cui l'estetica delle costruzioni appare rigidamente studiata. Le facciate dei palazzi si rimandano la loro immagine. Gli stili si assomigliano. Oppure staccano decisamente, giustapponendo antico e classico ad avanguardia e iper-modernismo.

Le montagne stesse, visibili ad ogni svolta e con qualsiasi condizione atmosferica, giocano alternativamente un ruolo di bordo/confine, inteso come limite, o di cornice, che esalta il contenuto del quadro.

E il nostro passo si blocca. Luci ed ombre si confondono. Le fronde degli alberi si agitano specchiandosi sulla lucida superficie di questa parete dell'ospedale della città.

Il destino sembra segnato. Tutto già deciso. Ma allora perché c'è chi si arrovella. Chi studia. Chi fa ricerca anche di notte nei laboratori sotterranei di questo stesso edificio?


Chi abita qui è spesso consapevole di questo iato. Vive sulla sua pelle lo scarto tra una condizione apparentemente estremamente felice e privilegiata e l'inevitabile “spleen”, il dispetto triste che, senza arrivare alla depressione, tutti ci coinvolge.

E il “piacere di questo dolore” guida evidentemente l'autore di questo stencil, spruzzato con generosità sui muri altrimenti straordinariamente puliti della città vecchia.

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Il lusso nella vita tuttavia esiste. Girare in bici con qualcuno cui si vuole bene.

Poter scegliere chi ci governerà e non vergognarsi persino di esplicitarlo, magari con un adesivo su di un cestino dei rifiuti dal tratto “design”. Semplice e bello quasi come il monolito kubrickiano.

O ancora ricordarsi di ciò che veramente conta, mentre raggiungi la tua stanza in hotel. Ogni sera. Ad ogni salita tra il secondo e il terzo piano. Con questa poesia graffiata sul metallo e rimandataci da una luce indiretta.Ciò che conta è
soltanto, che

non ci si innamori prima
che la luna abbia spinto
attraverso la finestra
il suo volto di bacio.

Ma il tempo da trascorrere fuori, per strada, è poco.

In sala c'è uno schermo ad aspettarci.


Presto le luci si spegneranno, e immagini fuggevoli prenderanno il posto di quel bianco cangiante.

Aspettando quest'ennesima illusione smettiamo di essere tristi.

A chi toccherà? Ad un padre, in Senegal, che con le rimesse dei figli, raccoglitori illegali di pomodori in Europa, pensa a costruirsi al villaggio una casa di otto stanze con i doppi servizi, che mai nessuno andrà ad abitare (come nel finale di Life Saaraba Illegal) o ai protagonisti di Lampedusa di Peter Schreiner, film che vince il premio come miglior documentario qui ad IFFI 2016, ognuno perso dietro ai propri sogni, incubi o frustrazioni. Toccherà a Giulia, anziana e nobile mitteleuropea, che torna a Lampedusa alla ricerca di qualcosa, alcolista, ricca e disperata, oggi malata e, dopo una vita senza scopo, con una tremenda paura di morire? O forse a Zakaria, giornalista, che fugge, sempre a Lampedusa, la guerra civile del suo paese, la Somalia, e incontrerà in un altro paese, l'Italia, fantasmi differenti. Forse non così tremendi come quelli che ha lasciato, ma piuttosto inquietanti anch'essi?

Si tratterà dell'ennesimo conflitto tra Natura e Cultura come in questa foto che scatto con un moto d'orgoglio puntando la MIA macchina verso l'alto, o mi piegherò piuttosto impaurito sotto questa grigia incombente e frastagliata versione di condominio di lusso-ma-non-troppo che incontro sul mio percorso?



Subirò ancora il fascino di questa neoclassica (ma anche espressionista) versione austriaca dell'architettura alla Blade Runner di una distopia incombente, o mi tranquillizzerà finalmente, con il suo aspetto morbido, un mucchio di cuscini decorati in stile ethnic dentro questa vetrina?





In ogni caso finirò sempre per tornare, anche dopo che il sole è calato, al Leo Kino, vera anima, cuore pulsante di questo Festival. Qui inquadrato/illuminato come se fossimo in un noir degli anni '40.

Alla fine sono costretto ad ammetterlo. La mia wonderland è nowhere. Da nessuna parte.

Forse per questo faccio meno fatica a crederci quando si ritaglia sullo schermo di una sala cinematografica.