Gene Wilder è stato una maschera comica dalle sfaccettature articolate, capace di passare dalla malinconia lunare degli esordi alla squinternata esagitazione nei ruoli che lo hanno consegnato alla memoria collettiva. Ovviamente, meglio dirlo subito, quello del rampollo di casa Frankenstein in Frankenstein Jr. di Mel Brooks (1974) e prima ancora, nella cronologia e nel ricordo dell’infanzia, quello di Willy Wonka nel film di Mel Stuart del 1971, tratto da un romanzo di Roald Dahl che sembrava un Peter Pan riveduto da Edgar Allan Poe, in cui l’attore fondeva Mary Poppins con Mad Hatter e mostrava una follia freak che nemmeno Johnny Depp sarebbe riuscito a eguagliare.

Non si può scrivere di Gene Wilder senza ricordarne l’apprendistato da attore teatrale presso l’Old Vic, prima di far parte anch’egli, per un breve periodo, dell’Actors Studio: fin da subito la passione per la recitazione si sposa con un corpo minuto e un volto non avvenente e buffonesco, entrambi perfetti anche per caratterizzazioni drammatiche stemperate dall’ironia e dalla nevrosi di un piccolo uomo in lotta col mondo.

Se l’ingresso di Wilder nel cinema avviene con Gangster Story (1967) di Penn, dov’è il tremebondo impresario di pompe funebri Grizzard, dopo Willy Wonka e prima dell’indimenticabile “Frankensteiiiin” il personaggio più azzeccato che inventa è quello del travet Stanley nell’adattamento del Rinoceronte di Ionesco (1974), dove per di più illustra le stesse discendenze dalla tradizione yiddish che già gli erano servite nel primo film girato con Mel Brooks, Per favore, non toccate le vecchiette (1969), in cui il contabile da lui interpretato curiosamente si chiama Leo Bloom, e che torneranno poi nel penultimo film di Aldrich, Scusi, dov’è il West? di Aldrich (1979), dove Wilder è uno sprovveduto rabbino inviato a San Francisco che si ritrova a vagare per il West à la Buster Keaton..

Tra i lavori degli esordi meno presi in considerazione, c’è sicuramente Che fortuna avere una cugina nel Bronx (1970), grottesca vicenda di un giovanotto irlandese che tira a campare raccogliendo sterco di cavallo per poi rivenderlo come concime, prima d’imbattersi in un’insolita eredità. In questo film la sottotraccia tragica della figura di Wilder è così evidente, che anche Woody Allen la sfrutterà in seguito, nell’esilarante, in fondo triste segmento della pecora in Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso... ma non avete mai osato chiedere (1972), per ammissione del cineasta una parodia de Gli occhi che non sorrisero di Wyler.

Anche se il nome di Gene Wilder è indissolubilmente legato a quello di Mel Brooks, sarebbe un errore non ricordare che l’origine del sodalizio che concepirà il miglior omaggio comico al genere horror (oltre che un attento studio filmologico del romanzo di Mary Shelley) sia in realtà dovuto alla moglie del secondo: la Anne Bancroft con cui Wilder aveva recitato a teatro in Madre Coraggio e i suoi figli e che, durante la lavorazione di Per favore, non toccate le vecchiette!, convinse il marito a fare di Wilder la spalla dell’ex blacklisted Zero Mostel.

Il resto, a cavallo tra i Settanta e gli Ottanta, appartiene al periodo più commerciale nella carriera dell’attore (ma, come diceva Willy Wonka: “qualche sciocchezza di tanto in tanto aiuta l’uomo a vivere d’incanto”…): il sodalizio di quattro film con Richard Pryor; le garbate, talvolta stanche parodie Il fratello più furbo di Sherlock Holmes (1975), Il più grande amatore del mondo (1977, dove a essere preso di mira è Rodolfo Valentino) e Luna di miele stregata (1986), che Wilder interpreta e dirige con un gusto dell’assurdo già sperimentato in Frankenstein Junior (ma meno fortuna al botteghino…); e infine Wagon-lits con omicidi di Arthur Hiller o Hanky Panky - Fuga per due di Sydney Poitier, dove si rifà il verso ad Alfred Hitchcock.

È però con il celebre La signora in rosso (1984) che Wilder indovina l’ultimo vero successo della carriera: nel remake di Certi piccolissimi peccati di Yves Robert, l’attore ricalca fedelmente Jean Rochefort e resta indimenticabile mentre spalanca la bocca di fronte alla sottana rossa di Kelly LeBrock, alzata dall’aria di scarico di un parcheggio…

Gene Wilder se n’è andato in punta di piedi, dopo una lunga malattia. A chi è cresciuto nel mito di Frankenstein Junior o di Willy Wonka non resta che accettare il destino dei propri ricordi d’infanzia o più ancora che il cinema resta pur sempre immaginazione. E magari ricordarlo nell’epilogo di Mezzogiorno e mezzo di fuoco (1974), altro film nato dal sodalizio con Brooks, dove, rispondendo allo sceriffo Bart che dice di recarsi “in nessun posto speciale,” il pistolero Waco Kid laconico sospira: “Ho sempre desiderato andarci!”.