Dal 24 ottobre torna al cinema il film culto di Tod Browning

Il ritorno dei "Freaks"

L’autunno 1931 segna un momento fondamentale nella storia del cinema horror. Sulla scia del successo commerciale di Dracula, tre delle maggiori case di produzione hollywoodiane – Paramount, Universal e Metro Goldwyn Mayer – mettono in cantiere un film dell’orrore. Negli studi della Paramount Rouben Mamoulian gira Dr. Jekyll and mr. Hyde, in quelli della Universal James Whale realizza Frankestein: film destinati entrambi a giocare un ruolo fondamentale nella storia dell’horror, a partire da un repertorio tematico – l’ibridazione fra sfera umana ed animale, razionalità e bestialità, materia organica ed inorganica – col quale nei decenni successivi si cimenteranno, da Romero a Cronenberg, tutti i grandi maestri del genere.

Alla Mgm il produttore Irving Thalberg è convinto di avere un asso nella manica, poiché sotto contratto c’è proprio il regista di Dracula, Tod Browning, cui affida il progetto, basato su un adattamento del romanzo Spurs di Clarence Aaron Robbins. Allo sceneggiatore, Willis Goldbeck, Thalberg ordina di scrivere qualcosa di “davvero orribile”. Browning però ha tutt’altre idee in testa: mentre Mamoulian e Whale girano film improntati all’idea dell’ibridazione e della contaminazione, egli fa di Freaks un film che va nella direzione opposta: la distanza insanabile fra i normali e i diversi. Noi e “loro”. Di più: noi contro di “loro”.

Per dare ulteriore forza a questa idea, rinuncia inoltre alle possibilità del trucco e convoca invece negli studi della Mgm una serie di personaggi bizzarri – realmente afflitti da ogni sorta di menomazione e di handicap – coi quali era entrato in contatto ai tempi in cui, da giovane, lavorava nei circhi. E in un circo infatti sarà ambientata la storia, poiché all’epoca chi aveva una menomazione fisica doveva ancora subire la gogna dell’esibizione pubblica e a pagamento.

Il fatto che gli handicap siano reali costituisce una mossa decisiva. Tra un horror e Freaks corre la stessa differenza che separa un thriller da uno snuff: nel momento in cui quanto passa sullo schermo risulta autentico, le questioni estetiche vengono soppiantate da quelle etiche. Non “cosa stiamo guardando”, ma “è giusto guardare?”. Il disagio è accresciuto dal fatto che la prima parte del film somiglia a una sorta di Grande Fratello della disabilità: di questi personaggi vediamo la vita dietro le quinte, la routine quotidiana fatta di panni stesi, scaramucce fra vicini di carrozzone, amori che nascono e muoiono.

Dapprima la persistenza dello sguardo di Browning ci mette nella condizione imbarazzante di fissare proprio quello che, sin da bambini, ci hanno insegnato a non guardare: creature deformi, menomate, handicappate. Poi però il suo occhio delicato e impudico schiude gradualmente davanti ai nostri occhi un mondo di profonda umanità, pieno di grazia e rispetto reciproco; diverso perché superiore, negli affetti e nella solidarietà, alla brutalità dei “normali”, qui rappresentati da due figure, una trapezista e un forzuto del circo, in cui la bellezza è direttamente proporzionale al cinismo. La ragazza sa di piacere a un nano e senza scrupoli lo circuisce, orchestrando insieme al complice un piano per farsi sposare e depredarlo dei suoi averi. In questo modo, il film ribalta completamente l’assioma di partenza, che – come volevano i pregiudizi dell’epoca – accoppiava la mostruosità fisica a quella morale. Qui i veri mostri hanno corpi statuari e sembianze angeliche, inappuntabili nel fisico e sciagurati nell’animo. Come tali, subiranno nel finale una punizione tremenda ed esemplare.

E qui finisce la storia di Freaks e inizia quella di un film-freak, sempre nel posto sbagliato al momento sbagliato. Troppo in anticipo sui tempi per non essere, all’epoca dell’uscita, travolto di critiche da perbenisti e moralisti (ironia della sorte: se c’è un film morale, è proprio questo), torna di moda nel secondo dopoguerra sotto forma di film “maledetto” o “di culto”, un piacere proibito per cinefili morbosi. In realtà si tratta semplicemente di uno straordinario film umanista, nel senso pieno del termine, che guarda alla diversità con un’onestà disarmante. E che probabilmente oggi, in tempi di politicamente corretto e paralimpiadi, risulterà ancora una volta fuori luogo e fuori tempo.