Omaggio a "Barry Lyndon" (2): la narrazione si fa "veduta"

Kubrick Zoom

 

Barry Lyndon è quasi certamente il film della storia del cinema che più fa uso dello zoom. Più di qualunque poliziesco blaxploitation in cui lo zoom è sparato con la stessa violenza di un pugno o di un colpo di pistola (mentre arrossiamo nell'irriverenza del paragone). 

Perlomeno, Barry Lyndon è il film in cui lo zoom fa percepire maggiormente la sua presenza. Facendola diventare un effetto plastico. Mal contati, sono 36.

Più del doppio sono zoom all'indietro. Estese dilatazioni più che violenti uppercut. Il più breve dura circa una decina di secondi, il più lungo arriva a 34 per distillare nell'inquadratura la cugina Nora che flirta, immobile, con lo spigoloso capitano Quin.

Gli zoom in avanti gerarchizzano, evidenziano, isolano. Quelli all'indietro ampliano il campo di ripresa e svelano progressivamente la grana pittorica dell'allestimento. Partono da un fulcro e lentamente se ne allontanano, creando un'epifania estetica e una trasformazione artistica. Svelano il loro fascino in crescendo e riempiono lo schermo di romantico astonishment paesaggistico. Diventando altro. Ancorando lo sfondo alla superficie dello schermo, omogeneizzano lo spazio in profondità e tramutano l'illusione prospettica del cinema nell'ampia bidimensionalità di un dipinto.

Il punto di approdo dello zoom all'indietro diventa il livello di contatto con i landscape paintings di John Constable o di Thomas Gainsborough, i margini dello schermo la cornice di un quadro dalla ratio pittorica (foto 1 e 2). La narrazione si fa veduta. Si immobilizza nello sguardo contemplativo di un pubblico/visitatore e solca gli anni, le battaglie, le vicissitudini, gli amori, i dolori e i rovesci della fortuna di un avventuriero del Settecento, più che protagonista soggetto ritratto. Che si perde a sua volta in una dimensione più ampia, nella quale la pittura si fa affresco storico e l'individuo smarrisce la sua personalità nella generalizzazione di un'epoca (foto 3 e 4), eccedendo anche la solitudine della sua sconfitta esistenziale (foto 5 e 6).

 

(fotogrammi 1 e 2)

 

(fotogrammi 3 e 4)

 

(fotogrammi 5 e 6)