A ognuno il suo Villaggio

L’esercizio critico a cui tutti quanti ci sottoporremo oggi sarò quello scontato e doveroso di riconoscere in Paolo Villaggio la figura comica e tragica che ha denudato l’italiano medio nella sua infinita solitudine e nella sua inevitabile affermazione storica. Negli anni ’70 di Lulù, l’operaio-massa, Ugo Fantozzi, l’impiegato-massa, nato come figura letteraria lo stesso anno del personaggio di Volontè, il 1971, dimostrò quale fosse il destino di un paese e dei suoi desideri. Fantozzi, il dipendente sottomesso, sfortunato, servile, talvolta rabbioso, era un riflesso o una premonizione?

Era un uomo trasfigurato dai vizi e dai desideri di una cultura, e quindi destinato a seguirne con il tempo l’evoluzione e il degrado, dalla fine del boom (il primo Fantozzi di Salce è del ’75) agli anni ’90 di Berlusconi (ma nel ’96, in Fantozzi - Il ritorno, era un angelo con il volto di D’Alema a rispedire Fantozzi dal paradiso alla terra), più la coda di Fantozzi 2000 - La clonazione. Per il ragionier Ugo la lotta di classe era un riflesso condizionato, un vizio anche quello, insieme a qualsiasi altra pulsione naturale e meschina dell’uomo comune che sogna di abbandonare la propria condizione: il denaro, il piacere carnale, la trasgressione, la partita, la vacanza a Capri, la carriera. Il mondo creato da Villaggio era una lavatrice della coscienza sociale, si trovava qualsiasi cosa riguardasse l’Italia dell’epoca in cui i film erano realizzati. Da un certo punto in poi come piatto riflesso televisivo o semplicemente farsesco, ma in molti momenti anche e soprattutto come carnevalesco rovesciamento. Fantozzi era il giullare capace di diventare per un attimo re (salvo poi cadere come sempre in maniera umiliante) e molto più spesso, come disse lo stesso Villaggio di sé, ribaltando contro i suoi avversari le accuse rivoltegli quando nel 1987 si candidò per Democrazia proletaria, «il cittadino di seconda classe, uno che nei secoli passati non aveva il diritto di essere sepolto in terra benedetta». 

C’era tutto nella figura comica di Villaggio: la tentazione autodistruttiva, la sottomissione culturale, il revanscismo populista, la speranza del riscatto, la ripetizione della sconfitta. Non era escluso dal banchetto della vita, il personaggio creato da Villaggio a partire dalla sua esperienza negli uffici dell’Italsider: era l’invitato alla versione ridicola del banchetto, con la mezzanotte di capodanno che scoccava alle undici; l’ospite esposto come una scimmia ammaestrata al tavolo dei potenti, con lo smoking ridicolmente striminzito; il signor nessuno condannato a godere della replica, mai dell’originale (e sappiamo tutti quale film venne costretto a rimettere in scena…). L’intera vita di Fantozzi, dal primo film all’ultimo, si può racchiudere nel desiderio di replicare un’esistenza di potere e ricchezza a cui l’impiegato e padre di famiglia non aveva diritto. L’Italia popolare a cui il ragioniere apparteneva, almeno fino a inizio anni ’90, era il risultato di un livellamento sociale iniziato con il boom, terminato a fine anni '70 e pienamente realizzato negli '80: una società non più divisa in classi, ma strutturata gerarchicamente. Come un’azienda: l’Italia-azienda. Prima del partito-azienda e dei cittadini trasformati in spettatori e consumatori. Fantozzi era uno dei tanti. Con il potere della comicità, però, con l’autodistruzione della comicità, diventava l’unico in grado di svergognare gli altri.

A pensarci bene, era a suo modo cristologico (e lì a prendersi un fulmine in cima al grattacielo dell’azienda, un Cristo in croce un po’ lo ricordava per davvero…): pagava per tutti, serviva da esempio per tutti. Fracchia, almeno inizialmente, era diverso, più caricaturale, più timido, così netto nel suo autolesionismo da avere cinematograficamente un doppio, la belva umana. Il doppio di Fantozzi, invece, era Fantozzi stesso; era il perdente per natura, l’uomo che muore e rinasce uguale a sé stesso. Ma come diceva l’amico De André, parlando del Matto di Spoon River, dietro ogni scemo c’è un villaggio. E Villaggio era dietro ogni spettatore che rideva delle sue performance, anche le peggiori, anche le più trite e avvilenti (per Villaggio stesso, per la maschera caricaturale e rabbiosa che da tempo era diventato). Ciascuno ha la propria scena di Fantozzi o Fracchia preferita, non serve nemmeno citarle. Ciascuno, dietro la propria maschera, ha il proprio scemo, il proprio Villaggio.