Baldi, un corsaro delle utopie

Nonostante avesse quasi ottantacinque anni, Gian Vittorio Baldi (Bologna, 1930 – Faenza, 2015) non era mai entrato nella terza età, ma aveva mantenuto la vivacità, l'attitudine spericolata, la passione per i paradossi, le bugie e le illusioni di un adolescente che ama provocare il prossimo ed è geloso della propria indipendenza anche a costo di pagare fino in fondo il prezzo della marginalità.

La sua doppia qualifica professionale era di “regista” e “produttore” ma in realtà non corrispondeva in nulla all'idea che comunemente ci si fa di un regista e di un produttore. È sempre stato orgoglioso di occupare una no man's land rispetto all'industria del cinema, soprattutto negli anni '60 quando era uno di quei cineasti utopisti che, affascinati dall'esempio di Rossellini, sognavano di dare l'assalto alla “città del cinema” disprezzando le leggi del mercato. Fu anche uno dei primi a produrre film con l'apporto della RAI (dove aveva esordito come regista televisivo con il fortunato film di montaggio Cinquant'anni nel 1958), inducendo la Tv di stato, con astuti stratagemmi, a produrre film di Straub agli antipodi dalle produzioni di ieri (e di oggi).

Questo è solo uno dei tanti paradossi della sua vita e carriera: non è mai stato, infatti, un regista nel senso artigianale del termine, ma un ostinato sperimentatore che si avventura in imprese perse in partenza, quasi attratto dal fascino della sconfitta. Paradossale è anche che un film disperato e nichilista come Fuoco! (1968), girato con una rabbia che prefigurava il Sessantotto (ispirato ad un fatto di cronaca nera, racconta di un disperato che si barrica nella sua misera casa, dopo vaer ucciso la suocera e sparato all'impazzata contro una processione religiosa), sia la sua opera più riuscita e che più lo rappresenta come cineasta, dato che la sua personalità, invece, era ostinatamente ottimista e sorniona, alla maniera emiliana.

In realtà i suoi film sono tutte storie di solitudine, reclusione ed emarginazione, dai primi, bellissimi cortometraggi (La casa delle vedove, 1960; Luciano via dei Cappellari, 1960) allo scandaloso Luciano – Una vita bruciata (1962), che denunciava (nel '62!) la pedofilia ecclesiastica e fu bloccato per anni dalla censura, per proseguire con il delirante, barocco, La notte dei fiori (1972), interpretato da Dominique Sanda, il crudo e disperato L'ultimo giorno di scuola prima delle vacanze di Natale (1974), su una rappresaglia repubblichina in Emilia Romagna; Anni duri (1977) sulla vita degli operai negli anni più repressivi della FIAT, fino all'intenso e sottovalutato Nevrijeme – Il temporale (1999), ispirato alle pagine di Ivo Andric, sui sanguinosi conflitti fra serbi e bosniaci.

La stessa attitudine anarchica della sua opera di autore l'ha confermata producendo film come Cronaca di Anna Magdalena Bach (1968) di Straub-Huillet, Diario di una schizofrenica (1968) di Nelo Risi, Quattro notti di un sognatore (1971) di Bresson, Porcile (1969) e Appunti per un'Orestiade africana (1970) di Pasolini, film difficili da produrre anche negli anni d'oro a cavallo fra i '60 e i '70. L'esubero dei costi del film di Bresson lo costrinse a rallentare e poi a cessare l'attività di produttore e a cambiare attività più volte ma, anche quando lasciò Roma e ridusse drasticamente l'attività cinematografica, non volle mai fermarsi.

A più di ottant'anni è ritornato dietro la macchina da presa girando Fábula, un episodio di Mundo invisível (2011), poi è andato a girare un film in Brasile fra mille difficoltà, l'ancora inedito Il cielo sopra di me (2014). Fino all'ultimo ha lavorato ad organizzare seminari e lezioni di cinema per le giovani generazioni, coinvolgendo autori quali Bernardo Bertolucci e Abbas Kiarostami.