Ci ha insegnato l'onestà, la curiosità, la non arrendevolezza, la testardaggine (ma molti di noi l'avevano già nel dna), la voglia di scoprire cose nuove e la diffidenza verso i dogmi. A non scendere a patti con il denaro e con il potere e a non mettere la carriera davanti, se non agli ideali, certamente alla libertà. Infatti, la libertà di pensiero era forse il suo tratto più pervasivo e convincente: ti tirava dentro una "filosofia di vita" all'apparenza bislacca, ma indubbiamente "formativa".

A partire dalla fine anni Settanta/inizio anni Ottanta, ha rivoluzionato Cineforum, spremendo dai giovani di allora - i giovani Escobar e Giacci, e poi Piccardi, Signorelli, Ferrario, Martini, Fornara, Crespi, Vecchi, Masoni, Stefanoni, La Polla, Cremonini, Pellizzari, De Marinis, Chiacchiari, Rinaldi, Bozza, l'eternamente giovane Comuzio e tutti quelli che sono arrivati dopo - nuove idee, tendenze, eccentricità, follie.

Non ha mai, mai voluto che Cineforum diventasse una rivista "di tendenza"; non per debolezza di pensiero teorico, né per "ecumenismo", ma proprio per preservare quella circolazione delle idee e delle teorie che considerava indispensabile. Dibattitti infiniti: «ci vuole una tendenza!» «la difesa del cinema italiano!» «no, l'orrore del cinema italiano!» (erano gli Ottanta, "anni horribili" del cinema nazionale), «la magia affabulante del cinema americano!», «no, l'imperialismo di Hollywood!». Eccetera, eccetera, eccetera... Poi, immancabile, arrivava la mannaia di Sandro, che aveva ascoltato tutto e incamerato tutto e incanalava, in termini molto pratici, i vari interventi: tu scrivi questo, tu scrivi quello, tu scrivi il contrario, e Cineforum cresceva giorno per giorno, fino a diventare (scusate la mancanza di falsa modestia, altra dote che abbiamo assimilato da lui) un punto di riferimento fondamentale della critica italiana per almeno due decenni.

Ci ha insegnato (almeno a quelli di noi che non l'avevano già percepito) che il cinema, i film possono aiutarti a vivere, ma che poi, davanti a tutto, c'è la vita vera, che a volte è meglio e a volte è peggio, a seconda se ami di più lo strazio del mélo o l'happy ending della commedia. Ma soprattutto ci ha insegnato a essere onesti verso noi stessi e, lui spesso così "terragno" e bergamasco, a far tesoro della nostra immaginazione.

I "vecchi" della redazione di "Cineforum"

 

Sandro Zambetti era Cineforum e Cineforum era Sandro Zambetti. Lo è stato per tantissimi anni (40 da direttore). Lo sarà per sempre, visto che la maggior parte di noi è qui grazie a lui. 

Ognuno ha i suoi ricordi personali. Mettendoli insieme (lo faremo anche su Cineforum di carta) forse riusciremo a ricostruire l'importanza del suo lavoro, come giornalista, critico e appassionato di cinema, come creatore di una rivista diventata un punto di riferimento in Italia, come persona e personaggio.

Di certo non aveva un carattere facile, era testardo, non amava i compromessi di alcun tipo, si arrabbiava facilmente. Di certo era un uomo di grande generosità e intelligenza, che aveva una notevole cultura non solo cinematografica, che sapeva essere affettuoso in un modo un po' goffo che faceva tenerezza.

Me lo vedo ancora dietro al grande tavolo della vecchia redazione, col suo sigaro in bocca, circondato da immagini, riviste, ritagli di giornale, bozze da correggere. Lo trovavo sempre lì, nella sua "officina", in tempi in cui la rivista si faceva ancora scartabellando negli archivi, in cui bisognava avere una vasta conoscenza della materia (non c'era google ad aiutarti) e una memoria di ferro, oltre che il bernoccolo del collezionista compulsivo (di foto, di recensioni, di indirizzi e numeri di telefono utili).

Ero un perfetto sconosciuto quando gli mandai alcune recensioni, e lui inaspettatamente mi chiamò per chiedermi di andare a vedere un paio di film che uscivano in sala in agosto (non c'erano molti recensori a disposizione in agosto). Mi diede qualche consiglio, pubblicò i pezzi e poi me ne chiese altri, e altri ancora... I suoi (rari) complimenti valevano doppio. Volle incontrarmi, per capire chi ero. Pochi mesi dopo, qualche giorno prima del Festival di Cannes, mi telefonò per dirmi che all'improvviso si era liberato un accredito: per caso avevo voglia di andarci? Feci la valigia, esultando, e mi ritrovai sulla Croisette, correndo da un ufficio a un hotel, da uno stand all'altro del Marché du Film per raccogliere cataloghi, libri, libretti, informazioni sulle uscite dell'anno dei paesi più strambi, riviste free-press, tutte cose che Sandro riteneva indispensabili per il nostro lavoro e soprattutto per il nostro archivio. Era il 1998. Da allora non ho più perso un Festival di Cannes e nemmeno una Mostra del Cinema di Venezia. 

Ricordo le riunioni non sempre facili, ma anche le chiacchierate illuminanti. Ricordo le lunghe giornate trascorse insieme a sfogliare riviste e documenti, per scrivere la storia del nostro mensile, nel quarantesimo anniversario, un lavoro finito poi in quel mega-indice del 2001 che si intitolava semplicemente "Cineforum 40". Lì potete trovare qualche accenno alle trasformazioni della rivista (nella grafica, nei contenuti, nella linea editoriale) per lo più volute da Sandro, che ascoltava tutti ma poi decideva lui. 

Tutti dobbiamo qualcosa a Sandro, io gli devo quasi tutto, visto che è stato lui a convincermi che ero portato per questo mestiere.

Ciao Sandro.

Fabrizio Tassi

 

Caro Sandro,

è più di sette anni che non ci vediamo, per cause di forza maggiore, prima mie e poi tue, ma ricordo ancora la tua ultima telefonata. Garbatamente ma fermamente mi rimproveravi per una piccola inesattezza commessa in una mia “luna” e al contempo ti compiacevi per essere riuscito a reperire una rara foto (non c'era ancora Internet, e si doveva ricorrere al cartaceo) che doveva illustrarla. Ecco, sei fatto così: il rigore, il piacere della ricerca, l'insofferenza per gli errori, la passione del mestiere. Hai perfino accantonato da molto tempo la pratica critica e finanche l'uso della scrittura, di cui sei stato maestro per molti di noi e di loro, per svolgere una funzione da nocchiero in acque spesso tempestose.

Non ami gli editoriali, le premesse e le promesse, così come non ami introdurre l'eventuale dibattito nel corso delle riunioni dei collaboratori, liquidando il tutto con un proverbiale “va be', siamo qui”. Il tuo è – absit iniuria verbis – un governo del fare, e di cose ne hai fatte tante, continui a farle. Hai trasformato, in tutti i sensi, una rivista e l'hai fatta grande, per quanto lo consenta questa terra dei cachi; hai vivacizzato il nostro sindacato senza mai chiedere alcunché per te stesso; hai fatto sì che quanto hai raccolto nel tempo (ed è un vero patrimonio) sia ora utilmente preservato.

Chissà perché quando si parla di un un amico si finisce sempre con il parlare di se stessi. Forse perché quell'amico è una tua proiezione o forse perché tu esisti anche grazie a lui. 

Ricordo il mio primo timido contributo a Cineforam (n. 154, maggio 1976: Quanto è bello lu murire accciso, del dimenticato Ennio Lorenzini) e il tuo incoraggiante gradimento. Finalmente avevo trovato una tribuna indipendente (ma non per questo meno schierata) sulla quale, a mie ed altrui spese, fare esercizio critico.

Ricordo quando ti proposi, prendendo lo spunto dalla notte di Vermicino, di occuparsi di altre visioni appartenenti alla realtà e tu subito accettasti con entusiasmo (al n. 210, dicembre 1981, seguirono ben altre 40 puntate della rubrica: La casa della falsa vita) impegnandoti nel paziente divertimento dell'illustratore.

Ricordo quando ti proposi una sorta di almanacco su fatti e misfatti, fasti e nefasti del cinema e ne nacquero, nel gennaio 1997, con il tuo fervido benestare, le a quanto sembra imperiture Lune del cinema.

Senza di te non sarei stato lo stesso, senza di te non saprei che fare. E poi, a differenza di te, non sono credente, e quindi non ho speranza di rivederti presto.

Tuo Lorenzo

P.S. Fra i tanti ricordi affiorati in questi giorni, ma ha colpito quello di una persona con la quale hai forse avuto qualche dissidio, Giona Nazzaro (e mi scuso per la mancanza di riservatezza nel riportare le sue parole): «Sandro. Generosità. Un caratteraccio impossibile un uomo inarrestabile un lavoratore instancabile un maestro paziente una tensione differenziale aperta al dialogo e al confronto la persona che ha guidato i miei primi passi nella scrittura un uomo una rivista un mondo in movimento. […] Ha formato centinaia di persone e non ha mai smesso di dare una possibilità a coloro che venivano dopo. Sandro. Un uomo». Tutto qui.

Lorenzo Pellizzari

 

È difficile trovare le parole “giuste” per parlare della morte di qualcuno che si è conosciuto e non rifugiarsi in quegli esercizi di retorica che non significano niente. Alle spalle di ogni morte c’è una vita più o meno condivisa e allora cerchi qualche data, qualche episodio-chiave, qualche ricordo, ma anche così scopri che non basta, che le parole “giuste” non ci sono e semmai pensi che forse Sandro Zambetti sarebbe il primo a rifiutarle. 

Non amava le formule, né i giochi di potere; aveva dato vita a una rivista tra le migliori dei suoi tempi e che continuava nel tempo a trasformare, ad aggiustare, a correggere, con quella scontrosità apparente che lo contraddistingueva, ma anche con la capacità di accettare le persone per quello che potevano dare e basta, senza forzature o sotterfugi. 

Personalmente collaborai dal 1980 al 2010 e in lui trovai sempre una persona limpida e diretta, come dovrebbe essere sempre un direttore – capace tuttavia di conciliare tendenze apparentemente inconciliabili. In fondo, se mi fosse mai capitato di dirigere qualcosa, penso che mi sarebbe piaciuto farlo così.

Di fronte alla morte la trappola della retorica è sempre in agguato e perciò ho quasi sempre declinato l’invito a quelle che sono celebrazioni comunque crudeli e inadeguate. Questa è la seconda volta che mi lascio andare: penso che ne valga la pena e che ciascuno sappia trovare in sé le parole che mancano. E sono certo che la rivista saprà ricordarlo come e quanto merita.

Giorgio Cremonini

 

Caro Sandro,

questa è una lettera che non avrei mai potuto scrivere né farti leggere. Non eri tipo da smancerie. Mi avresti mandato a quel paese (nella migliore delle ipotesi) alla seconda riga e ricordato piuttosto il termine di consegna di qualche articolo su cui ero puntualmente in ritardo. Non me la sarei cavata così, insomma. Non so da dove cominciare.

Ad esempio non riesco a credere di aver scritto un libro, meglio, di averlo completato, come tuo coautore, il Castoro su Francesco Rosi, che è stato un po’ il mio battesimo del fuoco per il tipo di studi che avrei affrontato da allora con maggiore cognizione di causa. Ricordo quando ti chiamai per spiegarti come intendevo procedere con il libro onde mantenere l’omogeneità con i tuoi capitoli che avevo letto e riletto. Lo consideravo un atto di correttezza. Tu invece: «Ma sì, fai un po’ come cavolo ti pare, mi raccomando invece la consegna del tuo pezzo, di non scrivere troppo come tuo solito e di sbrigarti!». Non sono certo che la parola da te usata fosse “cavolo”, ma qui la memoria non mi aiuta. Era il tuo modo diretto di non interferire, darmi carta bianca, libertà assoluta, che su Cineforum è stata ed è tutt’oggi la risorsa migliore per costruire percorsi originali.

Mi hai sgridato per anni, con cadenza mensile, anche settimanale, in certi casi quotidiana e oraria, specialmente su queste due cose: tempi e lunghezze, che non rispettavo mai. Una volta ero in un posto dove il cellulare non prendeva. Apriti cielo! Avevi ragione tu. Sebbene in una commossa telefonata di auguri di fine anno ti feci solenne promessa, non sono ancora riuscito a correggere questa mia cattiva abitudine, sebbene tu ti sia impegnato abbastanza. Mi dispiace. Un’altra volta addirittura non avevo il coraggio di rispondere personalmente al telefono, perché sapevo benissimo che me le avresti dette di tutti i colori. Feci rispondere a mia madre. Così, senza problemi, le riferisti per filo e per segno, con toni e contenuti non eufemistici. Sandro al cento per cento! Perciò è stato talmente bello e irripetibile quel periodo, dico sul serio, che continuo a immaginare la tua reazione quando ancora oggi sono in ritardo, o in eccesso di battute. Devo averti introiettato come Super-io. Ne sono fiero. 

Soprattutto ricordo un tuo gesto straordinario. Scrissi un servizio da un festival in cui fui molto severo. Arrivò quindi puntuale una piccata lettera del direttore di tale festival il quale abilmente se la prendeva solo con me, mentre per convenienza continuava a tessere le lodi della rivista. Invece tu mi difendesti e rivendicasti le posizioni pregiudiziali dell’articolo come quelle ufficiali proprio di Cineforum. Sono talmente orgoglioso di tutte queste e di infinite altre cose, grazie alle quali siamo cresciuti in molti, che quando ripenso a te non mi viene in mente soltanto il direttore ma il personaggio di un film di John Ford. Il personaggio o il film che preferisci. Io sarei per She Wore a Yellow Ribbon, e naturalmente per l’anziano ufficiale interpretato da John Wayne. O, perché no, il sergente di Victor McLaglen. Grande lezione di cinema. Di più: di vita.

Con tanto affetto.

Anton Giulio Mancino

 

So bene, per esperienza diretta, come Sandro non amasse i necrologi: era lui -facile dedurlo, del resto-  il direttore che non ritenne di “passarmi” l'articolo in memoria di Enzo Ungari, di cui nell'altraluna del 22 febbraio  (1985: Il genio d'Artagnan). Ma lo so anche capace di eccezioni: penso al ricordo che fece comparire, addirittura nella prima pagina di allora, quella col sommario mensile della rivista ancora senza editoriali, per Giuliana Callegari, nel numero di ottobre del 1998. Donandomi una sorpresa ancora presentandosi, e non da solo, di primissima mattina alle sue esequie, proveniente direttamente dalla mostra di Venezia quell'anno appena iniziata (era ancora viva l'eco dell'apertura col Soldato Ryan, attualissimo in questi giorni) sulla piazza di un piccolo paese della provincia di Alessandria, Stazzano. Del quale sarebbe stato assolutamente in diritto di ignorare l'esistenza, o di confonderla con quella di un altro quasi omonimo ma assai sviluppato centro, Stezzano, indistinguibile ormai dalla sua grande Bergamo.

Così è giusto che oggi e nei giorni successivi lui, qui e altrove, di simili eccezioni Sandro ne subisca parecchie. 

Qualcuno ha osservato assai giustamente che in simili circostanze si dovrebbe parlare solo del Lui o della Lei o mai del Noi. Qualcun altro -proprio in questa circostanza- ha osservato altrettanto correttamente che simili grandi figure vanno a fuoco fino in fondo se, in una coralità polifonica, ciascuno può arricchire il generale punto di vista con la piccola ottica dell'esperienza personale.

Tre-quattro flash, non di più allora, tra i numerosi possibili compresi fra il 1981 e la fine della sua direzione della rivista. Abbastanza vecchio da essere stato lettore di Cineforum, non dal primo numero ma da vari anni prima del suo mai abbastanza benedetto “colpo di Stato” sessantottino, lascio comunque ad altri eventuali ulteriori valutazioni sulla decisiva complessità del suo apporto insostituibile alla galassia FIC-Cineforum-Lab80-Bergamo film Meeting-Fondazione Alasca e via dicendo. 

Viareggio, primavera '81, appunto. Primo consiglio federale della FIC, con altre due esponenti del neonato Gruppo Cinema Alessandria, Giuliana stessa e Grazia Pierallini, purtroppo né l'una né l'altra più in grado di confermare queste parole. Una ricca tavolata di pesce in riva al mare. Si avvicina Sandro, cui non avevo ardito presentarmi in quei giorni, considerandomi ormai un ex-aspirante addetto ai lavori (remota l'esperienza di Filmcritica; lontani i piccoli libri scritti o tradotti sullo scorcio degli anni Settanta; esiziale la crudele scomparsa improvvisa di Adelio Ferrero; sul finire -individualmente parlando- le belle esperienze del “Si va per cominciare” pavese e della “Griffith” di Genova) appassionato solo, come dall'adolescenza a tutt'oggi, di far vedere i film alla gente, e là per quello. «Ma tu sei X?» mi apostrofa sbrigativamente. E, allo stupito cenno di assenso: «Ma non scrivi più niente? Non sei da qualche parte? Ma allora comincia a far qualcosa con noi, no?».

Come non accettare colpiti e lusingati? In coincidenza con un cambio di formato del mensile (dall'incantevole serie con le copertine disegnate dal grande Nani Tedeschi a quelle fotografiche promettenti l'interno illustrato) ecco venirmi assegnata la scheda de Il minestrone di Sergio Citti. Tante altre seguiranno, e per parecchi anni.

1985. Linate, in attesa di imbarco per la grande mostra di Van Gogh ad Amsterdam e Otterloo. Una chiamata dall'altoparlante: andare al telefono. Commissionata senza possibilità  di discussione la scheda del Mahbharata di Brook. Come abbia potuto localizzarci lì, in quell'epoca beata pre telefonia “mobile”, me lo chiedo ancora adesso. Il film l'avevamo visto all'allora President di Milano, ma almeno un mese prima: fu stato da incoscienti non respingere l'assalto. Di ritorno dall'Olanda, durante una magnifica vacanza nelle Langhe, complici la formidabile memoria visiva differibile di Giuliana, il conforto di avere visto anni prima ad Avignone lo spettacolo e il fortuito pacco di libri sulla religione induista acquistati da un arancione al solo scopo di toglierselo dai piedi, ecco l'ennesima scheda che nessuno voleva fare.

Anni 2000. C'è “Ring!”, e Alberto Farassino ha inventato il premio “Una vita da boxeur” per coronare le carriere di critici eminenti, ottuagenari o giù di lì. Due l'anno. La prima edizione va a Callisto Cosulich e Fernaldo Di Giammatteo. Callisto accetta e si conferma ospite facondo e delizioso, Fernaldo declina con la proverbiale, netta signorilità. Qualche anno dopo lo proponiamo anche a Sandro: in fondo i quattro “condirettori” del festivalino della critica, Barbera, Fornara. Pellizzari ed io, siamo tutti, oltre che amici tra di noi e suoi, vecchie presenze della famiglia della rivista. La risposta è meno signorile: «Vi prendo tutti a calci in culo, andate a dar via». Una vera vita da boxeur.

2004. Mi cerca, un'ultima volta, nei contatti assai più rarefatti degli anni recenti (per qualche ragione che non saprò mai, non dicevo più molto al Capo: aveva pienamente ragione, non dicevo più molto neppure a me stesso...) per una cosa che, a ventitré anni da Viareggio, ha di nuovo  il potere di esaltarmi. Vuole un grosso speciale su Heimat 3 di Reitz. Incredibile: la mia bravissima allieva germanista Marta Malatesta, con tesi in corso proprio su Heimat, ed io, siamo freschi reduci da tappe in varie città con il carissimo maestro monacense, presentando il dvd o concludendo retrospettive, in genere degli interi trenta episodi. Un concerto di lieder di Salome Kammer, che ovviamente lo accompagna, al ridotto del Fraschini di Pavia, “offerto” da Reitz quasi a ringraziamento, resterà vita natural durante nella memoria di chi c'era. L'impagabile Marta ha organizzato tutto, intervistato Reitz, fatto da brillante interprete nei dibattiti. Propongo a Sandro di ricorrere a lei, ancor che sconosciuta: accetta di buon grado. Ne esce un blocco critico-informativo riuscitissimo. A me resta il grato ricordo visivo di Marta che sceglie pazientemente con lui le fotografie da un suo innumerevole corredo, superando con allegria le asperità di udito del Direttore. A tutti e due la dedica autografa che Reitz apporrà sul n. 444 della rivista. Malatesta avrà addirittura la soddisfazione di ritrovarsi citata alla voce corrispondente del Morandini, l'anno successivo. 

Tutto questo -e molto altro che tengo per me- grazie “al Sandro”, nel linguaggio interno FIC. Il profumo dei suoi toscani, come il fruscio dei suoi camicioni, ci mancheranno troppo a lungo.

Nuccio Lodato

 

Di Sandro ricordo le telefonate la domenica mattina per affibbiare schede o sollecitare consegne («eh ma cazzo devo chiudere il numero!»); lo ricordo capace di entusiasmarsi per una proposta di saggio solo perché gli avrebbe dato modo di lavorare sul suo archivio fotografico. Di Sandro ricordo il modo in cui, a Cannes (o era a Venezia?), fregandosene altamente delle transenne, aveva eluso il controllo degli addetti e si era infilato dritto in sala: le scarpe da ginnastica marroncine, la camicia fuori dai pantaloni, la sacca sulle spalle...

Rinaldo Censi

 

Nell'estate del 1970 mi sono rivolto a lui per avere informazioni sulle modalità di iscrizione al corso di Regia cinematografica del Centro Sperimentale di cinematografia di Roma.

Mi spiegò molto gentilmente (io ero praticamente uno sconosciuto che aveva suonato al campanello di casa - dietro Porta Nuova) che era biennale e che quello era un anno buco. Mi consigliò, per non stare con le mani in mano, di iscrivermi ad un corso di Teatro per poi tentare l'anno successivo a Roma con un minimo di bagaglio teatrale.

Mi iscrissi al corso del Teatro Alle Grazie di Bergamo e rimasi impigliato nella rete teatrale. Se non ci fosse stata quell'indicazione preziosissima, forse non sarebbe nato Teatro Viaggio e tutto il resto...

Quando dopo alcuni anni, a Cannes, mangiando una Croque Monsieur nel mitico barettino nel quale i cinefili di Bergamo si alimentavano tra varie proiezioni, gli ricordai quell'episodio, mi rispose con il toscano in bocca, guardandomi beffardamente e sorridendo: "Chi sà se o facc be!".

Marco Rota