Claude Goretta, tra apparenza e realtà

Ieri è stata data la notizia della scomparsa di Claude Goretta (1929-2019), regista svizzero che negli anni Settanta e Ottanta, insieme a colleghi come Alain Tanner e Michel Soutter, diede vita a una Nouvelle Vague nel paese elvetico. Il film più noto di Goretta resta ancora oggi La merlettaia, che nel 1977 fece conoscere una giovanissima Isabelle Huppert. Abbiamo recuperato dagli archivi della rivista la recensione al film che Ermanno Comuzio scrisse per il n. 190, nel dicembre 1979, quando il film venne distribuito nelle sale italiane. E a partire da La merlettaia, a posteriori l’intervento diventa un saggio sull’opera del suo autore.

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Quale merlettaia? Nessuno, nella pellicola di Goretta, ricama merletti. Il riferimento è al pittore che in Beatrice avrebbe visto “un’anima che non dà segno di sé”, una donna china sul suo modesto lavoro, una creatura sommessa sorpresa nel silenzio, nel gesto semplice di tutti i giorni, nell’apparente insignificanza del quotidiano, eppure tanto più misterioso quanto più si cerca di penetrarlo.

Questo pittore ha un nome, si chiama Johannes Vermeer, autore appunto di una Merlettaia famosa che è al Louvre. In questo piccolo quadro si raffigura una giovane donna propriamente vestita, col capo chino sul lavoro donnesco in una attenzione silenziosa, dedita ad un compito umile e riservato, ravvivato però dai colori vivaci dei fili di seta pronti per l’uso. La luce è discreta, luce di un giorno grigio, dolcemente diffusa; e lo sfondo è neutro, un muro grigiastro che richiama toni indefiniti, dal giallo al verdognolo al marroncino.

Un piccolo lembo di muro giallo “di una bellezza che basta a sé medesima” è il particolare di un altro quadro di Vermeer, la Veduta di Delft, che un personaggio di Proust contempla morendo. Altro riferimento colto», quello di Proust, che nel Grand Hotel di Cabourg ha abitato, inseguendo sulla passeggiata a mare l’immagine delle “jeunes filles en fleur”.

Tornando a Vermeer, che Proust ammirava moltissimo, Goretta si rifà non soltanto al suo quadro intitolato come il film, ma allo spirito di questo pittore, uno dei grandi del Seicento olandese. Artista dalla applicazione lenta e laboriosa, capace di fare vibrare il dato cronachistico in una atmosfera particolare, di una indefinibile magia, portatore di messaggi ambigui, difficili da percepire a fondo, capace di osservazioni sottili nell’ambito dei piccoli gesti quotidiani, ha prediletto donne che leggono lettere, che versano il latte, che scopano il cortile, che guardano dalla finestra, che si provano una collana di perle, che fanno musica, che ricamano.

Cosa c’è dentro, cosa c’è sotto questi comportamenti? «La maniera propria di Vermeer conferisce a tutto ciò che rappresenta una qualità che in altri tempi sarebbe stata definita mistica e che oggi potremmo definire, dato il carattere realistico della sua opera, metafisica» (Pierre Descargues). […] Goretta narra alla Vermeer. «Qualsiasi cosa o figura abiti il ricettacolo spaziale che l’occhio del pittore scelga di dipingere, sempre è lo stesso sguardo imparziale che li analizza come oggetti della visione: non c’è alcun centro sentimentale nel quadro, non c’è alcun compiacimento illustrativo né, tanto meno, intenzioni simboliche o comunque psicologiche» (Alberto Martini).

Goretta, dal canto suo, è comportamentale, oggettivo. Vede i fatti dal di fuori, non penetra, non partecipa. E “piatto”, eppure tutto ambiguo, tutto da ripensare. L’attenzione ai piccoli fatti, alle emozioni minime, certo; ma non basta. Qualcuno ha citato Proust e Čechov, Cassola e Pavese, Olmi e Bresson; ma Goretta è piuttosto originale, piuttosto difficile -da imparentare.

Egli racconta a pezzi brevi, staccati, senza fornire spiegazioni, senza interpretare. Sono· piccole tessere di un mosaico che resta abbastanza misterioso. La merlettaia è tutto a mezzetinte, in sordina, talvolta un po’ flebile: un cinema di stati d’animo, di vibrazioni segrete che non vengono fuori facilmente, che alludono ad una vita nascosta, intima, dove è più importante essere che manifestare. […] Goretta narra attraverso la sintesi e i particolari allusivi.

«l miei personaggi non si definiscono soltanto per quello che dicono ma per la sfasatura che esiste fra le loro parole e le loro azioni, tra l’apparenza e la realtà», ha detto Goretta. E ancora: «Il film non si preoccupa soltanto di raccontare semplicemente le cose semplici ma di mostrarne la follia che nasce da questa dimensione quotidiana». Apparenza/realtà, dunque, e la quieta follia di Beatrice, il cui acuto sguardo sa vedere come siamo meglio di quanto sappiamo noi stessi. Quella follia che Goretta ha già preposto, in altri suoi film, a catalizzare la ribellione alla normalità; un silenzio che ha la funzione di rispecchiare un’assenza, quella dell’uomo in sintonia con le cose e con gli altri, capace di vedere e di ascoltare.