George A. Romero, in memoria

Prima dello sbudellamento di gruppo di Zombi (1978), il gore d’autore non esisteva. Herschell Gordon Lewis militò due lustri prima in una carovana di illusionisti girovaghi da Grand-Guignol, Alien (1979) sarebbe arrivato pochissimo dopo e Non aprite quella porta (1974), motosega e ganci da macellaio permettendo, al confronto fu un amuse-bouche. Non è casuale che l’immagine del giovane non-morto col machete piantato nel cranio sia diventata per il film un simbolo iconico, e per il genere un giro di boa. Se La notte dei morti viventi (1968) diede uno scossone, fu Zombi a cambiare l’horror alla sua radice. Perché – fra le altre cose – dimostrò che lo svelamento del raccapriccio, con la sua umidità puzzolente e un imprevedibile rossore bagnato, non era un facile espediente dei tempi ma la giusta condivisione di un orrore ormai trasformato in merce.

Per Romero, il gore esibito, esposto, vantato, non prese mai la forma di una messa in crisi del corpo: fu piuttosto la rappresentazione di un pensiero marxista sullo stato delle cose e sul futuro del mondo. Perfino negli anni Ottanta, perfino in Il giorno degli zombi (1985) e in pieno new horror, il gore romeriano interpretò un’idea sociale, prima che dell’uomo quale singolo individuo: in epoca di perturbazione dell’identità e di piegatura della persona davanti a sé stessa, Romero preferì insistere sulla narrazione di una rovina collettiva; e anche quando sembrò limitarsi a un rapporto a due poco ortodosso, come in Monkey Shines - Esperimento nel terrore (1988), si trattò sempre di uno specchio deforme sul quale far riflettere una comunità intera.

Furono film pubblici, quelli di George A. Romero. Film destinati alla pluralità in quanto gruppo eterogeneo fondato sull’educazione alla civiltà. Raccontarono della lotta delle specie, in un loop apocalittico che si ripeté senza fine. E giunsero a una conclusione devastante: non c’è evoluzione, Darwin è sconfitto. La legge del più forte finisce a gambe all’aria, di certo non sono i morti viventi i più adeguati, perché la loro è un’invasione innaturale e ottusa, e neppure gli umani si ritrovano adatti a calpestare ancora queste lande desolate, sono soltanto fragili simulacri.

Il gore allora servì a Romero per commentare una deriva, non per crearla. Con buona pace delle anime sensibili, si rivelò un progetto geniale: attraverso la centrifuga dei vivi e dei morti, il cinema romeriano fece terra bruciata del prima, senza peraltro ipotecare nessun dopo. La manifestazione del ribrezzo fu per lui una prospettiva politica, un modo di guardare, il modo migliore, il più pertinente proprio perché il più ripugnante.

Il gore di Romero fu così una porta spalancata, non un sepolcro; la visione fino ad allora inaudita e proibita di un sabba socialista nelle cui viscere stagnava l’olezzo del nostro nome e cognome. Vedere lì dentro, e fare in modo che gli spettatori vedessero bene, si scoprì gesto inimmaginabile, decisivo. Niente sarebbe stato più come una volta.

L’horror e il gore romeriani furono una scelta di campo, un no al conformismo della riproduzione della realtà, la decapitazione del limite oltre il quale sarebbe stato più giudizioso non andare. Romero fu un idealista del mostruoso, e non credette mai nella capacità dell’uomo di salvare sé e i propri simili. Non spiò dal buco della serratura, al contrario contemplò la magnificenza di un universo destinato all’iper-sviluppo della repulsione. Nessun progresso, solo la rigenerazione inarrestabile del disgusto quale stile di sguardo.

A tal proposito, George A. Romero fu un rivoluzionario e un’eccezione del mercato: capì più di tutti e prima di tutti che non dovevamo avere paura dell’orrore più mucoso e fradicio perché ci riguardava uno ad uno, e perché sarebbe diventato il nostro cibo quotidiano.