Molinaro, dal noir alla commedia

Con la morte di Édouard Molinaro, il 7 dicembre scorso, scompare l'ultimo re del cinema popolare francese degli anni '60 e '70 (il caso ha voluto che lo precedesse di poche settimane Georges Lautner, della sua stessa 'famiglia' e generazione). Molinaro ha affermato: «Non sono molto allegro per natura, faccio delle commedie forse per pudore. Credo, tutto sommato, di non amare le commedie. Penso semplicemente che sia il solo modo onesto di trattare dei soggetti drammatici».

Queste parole sembrano paradossali se si pensa all'immenso successo ottenuto da alcuni suoi film in Francia, in Italia e perfino negli Stati Uniti. Ma i paradossi, come vedremo, hanno costellato la carriera di Molinaro, un regista che ha sempre manifestato una rara modestia: «Ero un piccolo cineasta amatoriale di provincia, era insperabile ciò che mi è successo, sono contento della mia carriera. Truffaut, per esempio, di cui amo molto la sensibilità, è uno che ha realizzato un'opera, il che non è il mio caso».

Nacque il 31 maggio 1928 in una tranquilla famiglia borghese di Bordeaux e già a sedici anni si fece le ossa con il 9,5 mm Pathé Baby, realizzando numerosi cortometraggi che razziarono premi in tutti i concorsi possibili. A cavallo fra gli anni '40 e '50 diresse trenta documentari e dal 1953 al 1957 sei cortometraggi di finzione, mentre praticava l'apprendistato di aiuto-regista.

Spalle al muro (Le Dos au mur, 1958), il suo esordio nel lungometraggio, avvenne nel segno del noir e, anche se si avvaleva di una sceneggiatura dello scrittore Frédéric Dard, si impose soprattutto per le qualità visive e formali (taglio espressionista delle immagini, ritmo incalzante del montaggio), tanto che il giovane debuttante fu istantaneamente considerato un “giovane autore della Nouvelle Vague”. Molinaro si schernì («non mi sento autore e non desidero esserlo», dichiarò nel 1958, forse intimidito) ma i film immediatamente successivi, ne confermarono l'inventiva e la predisposizione al registro nero e poliziesco (che, curiosamente, avrebbe quasi del tutto abbandonato negli anni di maggior successo): I vampiri del sesso (Des femmes disparaissent, 1959) con la musica jazz di Art Blakey, il vigoroso e fluido racconto di una caccia all'uomo Appuntamento con il delitto (Un Témoin dans la ville, 1959) con Lino Ventura e soprattutto Una ragazza per l'estate (Une Fille pour l'été, 1960), dove, oltre all'efficace adozione dello Scope e del colore, sperimenta ellissi imprevedibili.

Il film fu apprezzato addirittura da Simenon che accettò di affidargli l'adattamento di Chi ha ucciso Bella Sherman? (La Mort de Belle, 1961), ambientato in una Svizzera claustrofobica, dove Molinaro rivelò un'altra corda del proprio talento: l'essenzialità amara e un rigore senza concessioni. Il film, scritto da Jean Anouilh e interpretato da un eccellente Jean Desailly, rimane uno dei suoi titoli migliori ma fu troppo sgradevole per ottenere successo di pubblico. 

Tentò allora il registro grottesco con un'avvincente storia di spionaggio, Codice segreto (Les Ennemis, 1962) e diresse una variazione sui temi di Leblanc, Arsenio Lupin contro Arsenio Lupin (Arsène Lupin contre Arsène Lupin, 1962) con gli spigliati Jean-Claude Brialy e Jean-Pierre Cassel. Passò poi decisamente dal poliziesco alla commedia con il grande successo di Un'adorabile idiota (Une Ravissante idiote, 1964), dove diresse Brigitte Bardot e Anthony Perkins nella Swinging London, e con il delizioso Caccia al maschio (La Chasse à l'homme, 1964) che ha i dialoghi pepati di Michel Audiard e allinea un ricco cast (Catherine Deneuve, Marie Laforêt, Bernadette Lafont, Jean-Paul Belmondo, Brialy, Bernard Blier, Micheline Presle, Michel Serrault e altri). Molinaro ritrovò Audiard nel successivo Quand passent les faisans (inedito in Italia, 1965) che procede a ritmo battente fra gli ironici duetti di Paul Meurisse e Blier.

Dopo un poco felice mélange di poliziesco e commedia (Congiura di spie / Peau d'espion, 1967), si mise al servizio della verve esplosiva e funambolica di Louis de Funès in due farse esilaranti, Io, due figlie, tre valigie (Oscar, 1967) e Louis de Funès e il nonno surgelato (Hibernatus, 1968), quindi realizzò una delle sue migliori commedie, Mio zio Beniamino (Mon Oncle Benjamin, 1969), calando Jacques Brel in avventure picaresche e libertine del '700.

Dopo essersi preso gioco del Maggio con La Liberté en croupe (1970), con Serrault e Jean Rochefort, ritornò episodicamente al noir, cambiando radicalmente registro con l'aspro Ricatto di un commissario di polizia ad un giovane indiziato di reato (Les Aveux les plus doux, 1971), un po' troppo schematico ma con un grande Philippe Noiret in un ruolo ingrato.

Un'altra incursione nel polar fu il realistico e incisivo Quelli della banda Beretta (Le Gang des otages, 1972). Nel frattempo riunì Annie Girardot e Noiret in una commedia allegramente amorale ma convenzionale, La Mandarina (La Mandarine, 1972) e raggiunse uno dei maggiori successi internazionali della sua carriera con lo spassoso Il rompiballe (L'Emmerdeur, 1973), ideato e scritto da Francis Veber, con la coppia complementare Ventura-Brel rispettivamente nelle parti di un laconico sicario e di un marito depresso.

Rimase nel registro della commedia ma sperimentò una forma narrativa più audace con il delizioso L'ironia della sorte (L'Ironie du sort, 1974) scritto con Pierre Kast e interpretato da Pierre Clementi e Claude Rich, sui giochi possibili del caso e dove il bianco e nero si alterna al colore. Tentò poi la satira sociale senza sollevarsi dal vaudeville di routine con La ragazza di Madame Claude (Le Téléphone rose, 1975), con Mireille Darc, gli sfuggì un'originale idea di partenza in Dracula padre e figlio (Dracula père et fils, 1976) - il conte (impersonato proprio da un autoironico Christopher Lee) costretto a recitare in film di vampiri per mantenersi - ma trovò un equilibrio fra commedia e dramma in L'ultimo giorno d'amore (L'Homme pressé, 1977), con Alain Delon in un ruolo autobiografico.

L'inatteso insuccesso commerciale di questo film fu ampiamente compensato dal trionfo mondiale di Il vizietto (La Cage aux folles, 1978), dalla fortunata pièce di Jean Poiret. La critica accolse con sussiego questo film - cinque milioni di spettatori in Francia, altrettanti in Italia e addirittura otto negli Stati Uniti (dove sfiorò l'Oscar) – che, certo difetta della minima finezza e rientra ancora negli schemi del vaudeville, ma con la sua raffigurazione affettuosa e divertita di un'attempata coppia di omosessuali (Michel Serrault e Ugo Tognazzi) diede probabilmente un contributo alla liberazione sessuale degli anni '70 e offrì a Serrault un'occasione di sublime gigioneria.

Prima di dirigere un inevitabile e modesto seguito del Vizietto, Molinaro realizzò uno dei suoi film migliori, Cause toujours, tu m'intéresses! (inedito in Italia, 1979), “una commedia malinconica sulla solitudine”, scritta da Veber, con la splendida coppia di "perdenti" Annie Girardot e Jean-Pierre Marielle.

Negli anni '80 Molinaro fu tra i primi a scoprire e valorizzare il grande talento di Daniel Auteuil in tre film: il divertente mélange di polar e commedia Il colpetto (Pour cent briques, t'as plus rien..., 1982), Palace (inedito in Italia, 1985), con Claude Brasseur, e L'Amour en douce (inedito in Italia, 1985), con Marielle e un'esordiente Emmanuelle Béart. Dopo un tentativo poco fortunato di lanciare la radiosa Béart come attrice comica (À gauche en sortant de l'ascenseur, 1988, con Pierre Richard e Richard Bohringer), Molinaro diede gli ultimi colpi d'ala della sua carriera con due riusciti film in costume, l'appassionante A cena col diavolo (Le Souper, 1992), dalla pièce di Brisville, dove, dopo Waterloo, si gioca un crudele confronto fra Talleyrand (Claude Rich) e Fouché (Brasseur), e l'elegante e arguto L'insolente (Beaumarchais l'insolent, 1996), da Sacha Guitry, con lo straordinario Fabrice Luchini, affiancato da mostri sacri quali Michel Piccoli, Serrault e Brialy.

Negli ultimi vent'anni si dedicò ad un'intesa attività televisiva (ben trentaquattro telefilm), di cui bisogna ricordare almeno gli accurati adattamenti da Arthur Schnitzler (L'Amour maudit de Leisenbohg, 1991, con Michel Piccoli e Anouk Aimée), Henry James (Ce que voulait Maisie, 1995, con Evelyne Bouix) e Balzac (Nana, 2001, con Lou Doillon). Nel 2009 ha pubblicato un'arguta autobiografia, Intérieur Soir. Una curiosità: i film di Molinaro sono stati spesso oggetto di remake a Hollywood, in film diretti da Billy Wilder, John Landis e altri.