Le plat pays

Un ricordo di Carlo Mazzacurati

All'indomani della scomparsa di Carlo Mazzacurati, ripercorriamo la sua carriera pubblicando il testo che Emanuela Martini ha scritto per il catalogo del Torino Film Festival, in occasione della consegna lo scorso novembre del Gran Premio Torino.

C’era una volta, alcuni decenni fa, la prima commissione di selezione della Settimana internazionale della critica della Mostra del cinema di Venezia. La Sic era allora appena nata, nel 1984, sulla scia della Semaine de la critique che già agitava da qualche anno il Festival di Cannes, e i selezionatori erano all’epoca giovani critici piuttosto esigenti che, dovendo scegliere per il concorso sette e solo sette film di autori esordienti, continuavano ostinatamente a respingere tutti i film italiani che arrivavano, perché non all’altezza di quelli proposti dal resto del mondo. Se oggi il nostro cinema ci sembra affogato in una palude di conformismo, inettitudine e mancanza di idee, anche allora l’orizzonte era tutt’altro che roseo, molto offuscato da farraginose presunzioni autoriali post-sessantottine.

Insomma, ai giovani critici non piaceva nulla. Finché finalmente, nel 1987, arrivò un oggetto curioso. Da non crederci: un noir (un esordiente che faceva cinema di genere?) ambientato nel Nordest padano piatto e nebbioso che, come tutti i noir che si rispettino, sotto le sembianze e gli intrighi dell’indagine svelava molto del Paese, del paesaggio, del carattere, del passato e forse del futuro degli abitanti di quella fetta di Italia (a proposito di futuro, credo che La ragazza del lago di Andrea Molaioli debba molto a questo film). Era Notte italiana, diretto da Carlo Mazzacurati e prodotto dalla Sacher Film, che proprio nel 1987 era stata fondata da Nanni Moretti e Angelo Barbagallo. Era un film che sfidava le mode e le regole, che aveva un insolito gusto del racconto e sapeva descrivere con affetto e amarezza la vita di quei posti e quella gente, che ti catturava e non ti mollava. Il paesaggio, con i suoi ritmi, i suoi colori, i suoi umori, i suoi silenzi, era parte integrante dei personaggi e della loro storia, li segnava, li costruiva, li destrutturava o addirittura li faceva svaporare.



Un ruolo, questo, che il paesaggio, meglio se provinciale o campagnolo e meglio ancora se padano o padovano, ha continuato a ricoprire in tutti i film successivi di Mazzacurati: dalla periferia romana burina e violenta di Un’altra vita (1992) alle strade impervie dell’Europa dell’Est di Il toro (1994), da Concalbero, il minuscolo centro agricolo veneto di La giusta distanza (2007), a Casale Marittimo e gli altri scorci della Val di Cecina dove è stato girato La Passione (2010), tutti i paesaggi dei film di Mazzacurati "respirano", occultano segreti, danno calore o, a volte, raggelano i protagonisti, accolgono e riflettono la loro progressiva consapevolezza. La provincia, gretta o consolante, conformista o surreale, ostile o creativa, impicciona o riservata: dalla provincia non usciamo, come cultura, come stile di vita, come pigra formazione e spirito di adattamento (neppure se viviamo nelle nostre rare metropoli).

E la provincia, lo sapevano Germi e Fellini e Pietrangeli, come lo sa Mazzacurati, genera mostri, oscuri e all’apparenza innocui come l’autista di autobus di La giusta distanza, oppure solari, maldestri e confusi come i ladri per caso che popolano la Padova di La lingua del Santo (2000) o l’eccentrica accozzaglia di loser che s’inseguono, sempre a Padova, nel nuovo film La sedia della felicità (2013). Attraverso gli ambienti si snodano le caratteristiche, i vizi, le intuizioni, la generosità e la meschinità di un popolo che, raschia raschia, forse non è cambiato tanto dagli anni Cinquanta (quando, più o meno, ha cominciato a riconoscersi come nazione), e se mai è cambiato in peggio, diventando, dagli anni Ottanta a oggi, ancora più confuso e disperato.

Gli arroganti, i potenti, non fanno per Carlo Mazzacurati. I suoi "cattivi" sono immersi nell’anonimato banale e spesso, all’origine, sono dei poveracci tali e quali agli altri. Le sue vittime sono un rimprovero doloroso alla nostra intolleranza e alla nostra cecità. I suoi "eroi" sono persone comuni, magari un po’ stanche, che incappano per caso in qualcosa che li costringe ad andare alla ricerca di un senso. L’unico vero atto di eroismo che compiono è non tirarsi indietro davanti a questa ricerca. Possiamo farlo tutti: è sufficiente che, complice la provincia con la sua lentezza, ci fermiamo per pensare e, magari, per opporre dei rifiuti o accettare delle scommesse. Carlo Mazzacurati lo fa da quando fa dei film: scommette sulle nostre possibilità di sopravvivenza e di onestà. Credo pensi che, sotto sotto, siamo ancora "buoni".