Villaggio, la Corazzata e Ottobre

C’è un perdurante equivoco dietro la più celebre sequenza dell’intera saga di Fantozzi, quella appartenente al Secondo tragico episodio in cui il ragioniere viene costretto da Guidobaldo Maria Riccardelli a guardare, e poi a far rivivere, l’“immortale capolavoro del maestro Serghej Emme Einstein”. Equivoco che lo stesso Paolo Villaggio alimenta quando, parlando dei suoi film tornati un paio d’anni fa nelle sale, diceva di aver “vendicato gli intellettuali che in pectore sognavano di dire che era una cagata ma non avevano il coraggio” (“Corriere della sera”, 24 ottobre 2015).

È l’equivoco secondo cui vi fosse piena coincidenza tra il punto di vista del ragioniere e quello degli autori del film. Ossia che il film parlasse con la voce del ragioniere e che quindi ritenesse, con lui, che La corazzata Potëmkin fosse effettivamente “una cagata pazzesca”. Che la percezione della sequenza sia orientata da questo equivoco trova conferma, sulla sponda opposta, in una lettera pubblicata il 12 febbraio 2015 da “la Repubblica” a firma di Nicola Piovani, che reputa necessario vendicare, ribaltandolo, l’affronto che il film sferrava all’Arte: «Ho rivisto due sere fa La corazzata Potëmkin: bellissimo, avvincente, un capolavoro. La mattina dopo mi è rivenuta in mente la celebre, vecchia battuta di Paolo Villaggio… Ebbene, sentendomi libero da dogmi ideologici e intellettualistici, mi viene serenamente di dire ad alta voce che il film Fantozzi è una boiata pazzesca».

In realtà, oltre a possedere una straordinaria forza comica, la sequenza fantozziana si pone verso il capolavoro sovietico in modo molto più sottile di quanto pensino le interpretazioni succitate (e molte rievocazioni giornalistiche lette dopo la morte di Villaggio). Sia Salce che Villaggio – persone di buone letture, e naturalmente di buone visioni – conoscevano molto bene il film di Ejzenštejn: la loro intenzione non era quella di ridicolizzarlo. La chiave del loro atteggiamento si trova, ben nascosta, tra le pieghe di questa sequenza, in un’altra citazione ejzenštejniana: il momento della perquisizione all’ingresso della fatidica proiezione in contemporanea con Inghilterra-Italia richiama in modo non casuale una scena di Ottobre (la perquisizione all’uscita del Palazzo d’inverno). In questo modo viene introdotto un duplice livello di lettura: uno per lo spettatore più superficiale (che si ferma alla ribellione fantozziana) e uno per lo spettatore più avveduto (che coglie l’ulteriore riferimento). Bersaglio di Salce e Villaggio non è perciò il film di Ejzenštejn, di cui conoscevano il valore, ma sono semmai le imposizioni dottrinarie e gli automatismi che spingono a cercare in un film il già noto e il già codificato (provando ogni volta verso “l’occhio della madre” la stessa identica e obbligata estasi).

Ejzenštejn, la scala e la carrozzina ritorneranno poi – in modo, va detto, molto meno brillante – in un altro film di Salce, Vieni avanti cretino, che non è solo la summa dell’arte avanspettacolistica di Lino Banfi, ma è anche, a suo modo, una sorta di riflessione sgangheratamente programmatica (o programmaticamente sgangherata) sull’“alto” e il “basso”.