Eyes Wide Shut (1999)

«Fuck». Semplicemente. L'epitaffio che non ti aspetti. Brutale e solenne. Il sommo Kubrick che lascia questa valle di lacrime con un ghigno zen. Nicole Kidman, alla fine, risponde alle paturnie d'amore eterno di Tom Cruise, impegnato a cercare un senso alla sua disavventura onirica, lui che pensava di vivere e invece stava solo dormendo, cioè sognava di essere vivo: esiste solo questo momento, quindi scopiamo. (Mistica Nicole!). Eyes Wide Shut, vent'anni dopo. Chi lo dimentica più lo sguardo (lo shining) di lei, seduta, seminuda, di profilo, dopo uno stacco disturbante, mentre svela le sue voglie al marito stupefatto? Alla faccia del corpo offerto al nostro desiderio, nel prologo teatrale, tra un battito di palpebre e l'altro. Alla fine non sai più chi sta guardando cosa. Ci guarda quel corpo, quel cinema, il desiderio in maschera (il rituale, la cultura, che ha inghiottito la natura), nello spazio sottile che separa il rosso e il blu, la vita e la morte, l'uno e il due. Tutto in superficie. La superficie di uno specchio, su cui galleggiano le ossessioni di Kubrick, offrendoci un ultimo giro di valzer (Šostakovič, stavolta). Cinema che è solo cinema. Per spettatori che vogliono imparare a guardare.