My Favorite Things
Lavori in corso, a Cineforum carta e web: l'ha certamente capito chi ha letto l'editoriale del direttore Adriano Piccardi sul nuovo numero di Cineforum. E, nel cambiamento della rivista nel suo insieme, vorremmo tener conto anche dei vostri desideri e gusti. Ecco perciò un questionario (anonimo) attraverso il quale noi possiamo conoscere meglio le vostre aspettative e le vostre opinioni, per noi preziose. Grazie.





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L'autobiografia di Woody Allen "A proposito di niente" – edita da La nave di Teseo e disponibile in libreria e e-book – è un libro fiume pieno del sarcasmo e dell’ironia tipiche del suo autore, ma anche di pagine dolorose e amare riflessioni sulla fugacità dell'esistenza, sulla memoria e l'inesistenza di Dio

Accordi e disaccordi

«Non solo Dio non esiste, ma provatevi a trovare un idraulico durante il weekend...».

Potrebbe essere una delle tante frasi sulla vacuità dell'universo e la perenne incombenza della morte che Woody Allen dissemina nelle quattrocento pagine della sua autobiografia, programmaticamente intitolata A proposito di niente. Perché alla fine niente è quello che rimane e, anche se il panorama di Central Park in autunno, con tutte le foglie che si tingono di rosso, è bellissimo, provate a chiedere alle foglie se non preferirebbero essere ancora verdi. La frase su Dio e l'idraulico è uno dei tanti aforismi contenuti nel primo libro di Woody Allen, Saperla lunga (in inglese Getting Even), pubblicato in Italia nel 1973: allora l'autore aveva trentotto anni, ma i pezzi risalgono all'indietro, fino a metà degli anni Sessanta, e questo dimostra quanto il comedian più incisivo della seconda metà del XX secolo sia sempre stato ossessionato dall'assenza di Mr. Big («Il tipo in questione non è mai esistito. È l'oppio dei popoli. Una grossa turlupinatura. Non esiste alcun Mr. Big. È un Sindacato. È internazionale, ma non c'è un capo effettivo, a eccezione forse del Papa», dice un mafioso a Kaiser, il privato che sta indagando su Dio, ancora in Citarsi addosso) e da quella che nell'autobiografia chiama «la finitudine dell'esistenza» («ma anche la sua assenza di senso»), che scoprì, pare, a cinque anni o giù di lì, trasformandosi da un bambino dolce e gioioso in un ragazzino sgradevole, musone e marcio dentro (come diceva sua madre). E, incocciato nella domanda che assillava Amleto («Perché soffrire oltraggi di fortuna, sassi e dardi...perché andare avanti?»), concluse che «noi uomini siamo semplicemente programmati per resistere alla morte. Il sangue è più forte del cervello. Non c'è motivo logico per rimanere attaccati alla vita, ma chi se ne importa di quello che dice la testa. Il cuore dice: hai visto Lola in minigonna?».

E con Lola entrano in gioco alcune delle ragioni fondamentali grazie alle quali il giovane Allan Stewart Königsberg decise di tirare avanti: le ragazze, belle, tante, molto corteggiate e molto amate, cantate con impareggiabile rigore e tenerezza in tutti i suoi film. A partire dall'infanzia felice in una famiglia di molte donne (e un padre inaffidabile, affettuoso, giocatore, appassionato di armi, che di mestiere faceva il tassista, come quello di Radio Days), dalla cugina più grande Rita, che lo fece innamorare del cinema, della radio, della musica, e soprattutto da quelle ragazze alte, con i capelli lunghi e lisci, che andavano in giro vestite di nero e con una copia delle Metamorfosi di Kafka annotata ai margini, le uniche che lo affascinavano quand'era alla fine delle superiori, con le quali ci provava, ma subito si ritraeva perché loro, piuttosto che andare a vedere un film o una partita di baseball, preferivano uno spettacolo di Ionesco o ascoltare Segovia. A partire da tutte queste, e attraverso le prime fidanzatine e le prime due mogli e le tante relazioni affettuose tramutatesi in amicizie per sempre, si arriva all'eccezionale universo femminile narrato nei film da un autore che pare chiedersi continuamente, come Truffaut, «Le donne sono delle maghe?». Ma le maghe possono tramutarsi in streghe.

E qui si arriva alla seconda parte del libro, lunga, dolorosa e tutto sommato anche di lettura un po' faticosa: il capitolo Mia Farrow e il caso Farrow vs. Allen, la lunga vertenza legale scopppiata negli anni Novanta, dopo che Mia Farrow scoprì la relazione di Allen con la giovane Soon-Yi, lo scandalo e l'ostracismo conseguenti, e l'attuale rigurgito all'insegna del #MeToo, che ha portato l'editore Hachette a cancellare la pubblicazione di A proposito di niente (e qui, chapeau a Elisabetta Sgarbi che, per quanto donna, non ha esitato a far uscire il libro). Le quasi cento pagine dedicate all'affaire sono comprensibili: non si tratta di discolparsi, visto che il regista è sempre stato assolto dalle accuse di pedofilia, ma di mettere nero su bianco le tappe di una storia che era cominciata con l'amore per poi piano piano dissolversi nella noia e nella superficialità di lui e nelle nevrosi e infine nella rabbia di lei. Una storia fatta anche di tanti bambini adottati,  di distrazioni e tentennamenti. Una storia che Allen racconta con puntiglio cronachistico e un po' ripetitivo, senza punte, come un trauma osservato a distanza, sotto vetro, ma senza la necessaria fredda cattiveria. Forse quel rammarico che trapela in altri punti, di non essere bravo come autore drammatico, corrisponde al vero. Le pagine per le quali vale la pena di leggere A proposito di niente sono le (molte) altre nelle quali, senza occuparsi troppo dei suoi film e ancora meno di tecnica (entrambi lo annoiano, dice di non intendersi per nulla della seconda e di dimenticare i primi appena li ha terminati), racconta la vita di un uomo che si è sempre identificato con la Blanche DuBois di Un tram che si chiama desiderio, che come lei ha sempre disprezzato la realtà e bramato la magia, al punto da voler fare, da grande, l'illusionista (o il gangster, il giocatore di baseball, il baro, il detective, il clarinettista); che ebbe un trauma da ragazzo quando capì che i film con Fred Astaire non erano documentari; che fa la lista dei libri e dei film fondamentali che non ha letto e non ha visto e dichiara di aver cominciato a leggere Balzac, Tolstoj e Eliot solo perché, con le ragazze che gli piacevano, non poteva citare il "poeta" Mickey Spillane e aneddoti su Lucky Luciano. E perciò non capisce perché è spesso etichettato come "intellettuale": forse sono le giacche di tweed, o gli occhiali con la montatura nera, «in combinazione con il talento di appropriarmi di citazioni di testi eruditi che vanno al di là della mia comprensione, ma che possono essere usati nel mio lavoro per dare l'ingannevole impressione di essere più colto di quanto non sia». Quanti non se la sentirebbero di sottoscriverlo, à propos di noi stessi?

E alla fine, questo «misantropo solitario e claustrofobico, inacidito, impeccabilmente pessimista» trova imprevedibilmente una vita famigliare regolare, con una moglie che considera molto più tosta di lui e che adora da venticinque anni, due bambine che ormai vanno all'università e nessuna avventura più eccitante di una passeggiata nell'Upper East Side. Uno che come rimpianto più grande ha quello di non aver mai girato un capolavoro, ma che tutto sommato non guarda indietro, ma aspetta il niente (perché, credeteci, anche Shakespeare prima o poi verrà dimenticato) e non è interessato a lasciare qualcosa dopo di lui: «Di vivere nel cuore e nella mente del pubblico non mi importa, preferisco vivere a casa mia». E anche questo, chi non lo sottoscriverebbe?