Concorso

Correspondências di Rita Azevedo Gomes

“Una generazione cresciuta nella paura, non può che stare al mondo come straniera”. È una frase che sarebbe perfetta per descrivere la condizione di una delle generazioni di oggi, straniere ed incapaci di comprendere il proprio mondo – e soprattutto di condizionarlo attivamente – proprio perché cresciute in una sempre più onnipervasiva condizione di paura. Viene invece da un carteggio di due intellettuali portoghesi e descrive il Portogallo di Salazar e la sua particolare forma di fascismo che caratterizzò per decenni quel paese.

Si tratta di Jorge de Sena e Sophia de Mello Breyner, le due figure che sono al centro di Correspondências, uno dei grandi innamoramenti di questi primi giorni di Locarno: diretto da Rita Azevedo Gomes – conosciuta oltre che come regista anche per lo straordinario lavoro di programmazione alla Cinemateca Portugesa, una delle più interessanti istituzioni cinematografiche europee – e presentato ieri all’interno della mostra concorso. È un film che tramite la poesia e la letteratura epistolare vuole ricostruire l’inconscio emozionale di una generazione che, proprio perché cresciuta nella paura del fascismo di Salazar, fu costretta a vivere per tutta la vita da straniera.

Il risultato di questo film è davvero straordinario, non soltanto perché ci dà uno spaccato stupefacente della condizione dell’esilio ma anche e soprattutto perché riesce a vincere una delle scommesse più difficili al cinema: quella di mettere in immagini la letteratura.

Rita Azevedo Gomes durante il Portogallo di Salazar era solo una bambina, e tuttavia quei ricordi vaghi e sfuocati di quel periodo della sua vita e del suo paese riescono a prendere consistenza attraverso le lettere di due poeti che la Storia ha voluto separare nei due lati dell’Atlantico. Jorge de Sena, uno dei più importanti scrittori portoghesi del Novecento, per ragioni politiche venne costretto a soli 40 anni ad abbandonare il suo paese e ad andare prima in Brasile e poi (a causa del colpo di stato del 1964) negli Stati Uniti. Non rivedrà mai più il suo paese. Il suo desiderio di rimanere in contatto con quella comunità e la lingua che comunque caratterizzò tutta la produzione poetica della sua vita prese la forma di un lungo dialogo con un’altra scrittrice e poetessa portoghese: Sophia de Mello Breyner. La lettura delle loro lettere, che forma la struttura portante di questo film, è non solo la splendida testimonianza di una generazione di intellettuali in esilio, oltre che di una bellissima amicizia, ma è anche il modo attraverso cui si riflette sul che cosa sia una comunità: una comunità cioè che prende corpo, non attraverso l’identificazione di un popolo, ma attraverso quella cosa così poco sostanziale e concreta che è la parola.

Come nella frase ricordata all’inizio, la parola poetica si presta infatti, ancora più di quella di prosa, a essere decontestualizzata, cioè a separarsi dal luogo della sua enunciazione. Se la prosa dà più importanza all’oggetto che vuole denotare o all’immagine che vuole descrivere, la parola poetica non può prescindere da quella contingenza che è la materialità del suo significante. Non si può mettere in immagine quello che vuole “mostrare” perché la parola poetica non mostra qualcosa al di là di sé stessa, ma si nutre della sua stessa “intransitività” e autoreferenzialità. È per questo che se la storia del cinema non ha mai avuto problemi a mettere in immagini un romanzo, ha tuttavia fatto molta fatica a mettere in immagini dei versi: non è infatti possibile “separarsi” da quei versi. I versi possono solo essere letti. Com’è possibile allora vedere delle parole?

La risposta di questo film – che è davvero straordinaria nella sua semplicità – è allora quello semplicemente di leggerle: ovvero di trattarle come parole, non come immagini (che magari “sono mostrate da quelle parole”). Accanto alle lettere di Sophia e di Jorge, il film viene “accompagnato” dalle loro poesie che vengono rimesse in atto da una lunga sequela di luoghi, persone, lingue: ci sono giovani, anziani, persone che forse hanno conosciuto i protagonisti o altre che hanno semplicemente attraversato quegli anni; la maggior parte tuttavia sono solo degli uomini e delle donne qualunque che hanno deciso di fare risuonare quelle parole dentro questo film. Non attori dunque ma lettori.

Rita Azevedo Gomes, fedele alla lezione di Manoel De Oliveira, ma anche di Jean-Marie Straub o di Marguerite Duras, decide di prendere seriamente la letteratura, ovvero di considerarla come tale, e non a servizio di qualcosa d’altro. Il risultato non è interessante soltanto per essere una riflessione sulla letteratura al cinema, ma anche perché si tratta dell’oggetto stesso del film: la parole sono cioè il solo modo per riuscire a poter far parlare una comunità in esilio senza correre alcun rischio di cadere nella nostalgia per una “sostanza del popolo”, che fatalmente non può che ribaltarsi in una mitologia di sangue e suolo.

La “patria” di Jorge de Sena e Sophia de Mello Breyner – che non hanno paura a usare quel nome – è allora solo quella resa possibile dalla letteratura e dalle loro parole: che risuonano nel vento dell’esilio e non possono avere né sangue né suolo. È quello che dice Sophia de Mello Breyner in una splendida poesia che da sola potrebbe racchiude il senso di questo film: Per un paese di pietra e vento duro/ Per una paese di luce perfetta e chiara/ Per il nero della terra e per il bianco del muro// Per i volti di silenzio e pazienza/ Che la miseria lungamente disegnò/ Rasente alle ossa con tutta l'esattezza/ Di una lunga relazione irrecusabile// E per i visi uguali al sole e al vento// E per la limpidezza delle tanto amate /Parole sempre dette con passione/ Per il colore e per il peso delle parole/ Per il concreto silenzio limpido delle parole/ Da dove si ergono le cose nominate/ Per la nudità della parole abbagliate// - Pietra fiume vento casa/ Pianto giorno canto ardore/ Spazio radice e acqua/ O mia patria e mio centro// Mi duole la luna mi singhiozza il mare/ E l'esilio si inscrive in pieno tempo.