Il cinema della giovane Repubblica Federale Tedesca, 1949-1963

Una Germania bifronte

Si è inaugurato ieri, con la proiezione in Piazza Grande di The Girl with All the Gifts di Colm McCarthy la 69esima edizione del Festival del film di Locarno, la quarta sotto la direzione di Carlo Chatrian. Con un programma di straordinario interesse, anche e soprattutto perché quest’anno più decisamente indirizzato verso territori cinematografici meno esplorati, si preannunciano dieci giorni di sorprese, nuove scoperte e nuovi autori.

Oltre alle sezioni competitive del Concorso Internazionale e Cineasti del Presente, alle anteprime fuori concorso in Piazza Grande (la più grande sala cinematografica all’aperto d’Europa), Cineforum nei prossimi giorni darà ampio spazio alla retrospettiva che come da tradizione a Locarno non è solo una generica panoramica di grandi film del passato ma una vera e propria occasione per fare ricerca di alto livello su un autore o un periodo storico definito. La retrospettiva di quest’anno dedicata a Il cinema della giovane Repubblica Federale Tedesca, 1949-1963, e curata da Olaf Möller e Roberto Turigliatto, si concentrerà su uno dei periodi più negletti e meno conosciuti della storia del cinema tedesco occidentale (anche se non mancheranno alcune incursioni nel cinema prodotto dalla DEFA nella Germania Orientale, come lo spassosissimo Der Hauptmann von Köln di Slatan Dudow). Si tratta infatti di quel periodo che va dalla fine del cinema del Terzo Reich fino all’inizio del Neuer Deutscher Film (che canonicamente viene fatto risalire alla “dichiarazione del Manifesto di Oberhausen” del 1962) ma che ha un’importanza che va ben oltre la semplice storia del cinema. Gli anni che vanno dal 1949 al 1963 sono anche gli anni della presidenza di Konrad Adenauer: gli anni cioè della ricostruzione del dopoguerra; del passaggio a una decisa alleanza della Germania con gli Stati Uniti; della separazione con l’Est. E soprattutto di un rinnovato boom economico tedesco.

È proprio su quest’ultimo aspetto – quello cioè della modernizzazione industriale e capitalistica tedesca degli anni Cinquanta – che si sono concentrati alcuni dei film presentati nel primo giorno di proiezione della retrospettiva. Si tratta per lo più di cortometraggi a tema industriale – spesso con committenti proprio le grandi industrie della manifattura tedesca – o che più generalmente propongono i temi della modernizzazione industriale e della modernità estetica. Tra questi spicca senz’altro Das magische Band (1959) di Ferdinand Khittl, che prima di diventare uno dei protagonisti del Manifesto di Oberhausen, fece diversi cortometraggi a tema industriale. Quello presentato a Locarno è un film prodotto dall’azienda chimica tedesca BASF che doveva servire a promuovere le produzione di nastri magnetici. Il film di Khittl tuttavia si dimostra da subito come qualcosa di molto più ambizioso: una riflessione generale sugli strumenti di registrazione del suono e delle onde magnetiche e sulle enormi potenzialità applicative che queste tecnologie consentono. Das magische Band esprime perfettamente l’atmosfera di entusiasmo tecnologico tipica della modernità secondo cui lo sviluppo industriale custodisce promesse emancipative e sociali senza precedenti. Tuttavia è la forma espressiva di questi cortometraggi l’aspetto più interessante, e lo si evince chiaramente da Neue Kunst – Neues Sehen (1950), breve film-saggio di Ottomar Domnick sul potere dei linguaggi formali e dell’astrazione dal concreto.

Negli anni della modernizzazione (che in Germania furono i Cinquanta, negli Stati Uniti i Trenta, in Italia i Sessanta etc.) possiamo infatti vedere sintetizzati i diversi atteggiamenti nei confronti della tecnologia e della scienza sulla soglia di un salto tecnologico: quello che fece transitare gran parte del mondo Occidentale da una produzione industriale di massa basata sull’elettricità e i motori a scoppio a quella incentrata sui computer. Se nella modernità (e – se seguiamo la riflessione di Fredric Jameson – nelle forme estetiche che ne conseguono, ovvero quelle del modernismo e delle avanguardie) vi è ancora la percezione di una distanza tra la tecnologia e la natura, tra il sapere scientifico e la realtà, nel tardo-modernismo o nella post-modernità questo stacco non si percepisce più: la tecnologia diventa a tutti gli effetti una “seconda natura”; il mondo industrializzato non ha più alcun “fuori”. Ma se per alcuni,  questa avvenuta matematizzazione del mondo segna il definitivo peccato di hubris dell’uomo nei confronti del mondo di cui comunque continua a essere una parte, per un’altra tradizione del pensiero scientifico l’autoreferenzialità della scienza è invece il segno definitivo del fatto che la matematica non è una rappresentazione del mondo, ma il segno di una sua sottrazione da esso.

È quello che vediamo implicitamente in altri due corti passati a Locarno: il meraviglioso e visionario Kommunikation - Technik der Verständigung (1962) di un giovane Edgar Reitz o nel “bahuausiano” Den Einsamen allen (1962) di Franz Schömbs dove le forme del mondo diventano definitivamente astratte: dove in altre parole, il rapporto dell’uomo non è più con il mondo empirico ma con un universo che si è fatto completamente astratto. Il cinema industriale in questi due film non è allora positivisticamente la promessa di un’emancipazione o di una definitiva conquista della natura, ma è semmai la figura di “staccamento” dell’immagine dalla realtà. La scienza moderna è allora la condizione di possibilità perché questi registi pensino a un’immagine che non è più rappresentazione ma che si riconosce come pura forma.