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Ceux qui font les révolutions à moitié n'ont fait que se creuser un tombeau di di Mathieu Denis e Simon Lavoie

È di Louis Antoine de Saint-Just, uno dei protagonisti del Terrore post rivoluzione francese, la citazione del titolo: un nome, un programma (ambizioso). È proprio il terrore, accanto agli ideali che hanno ispirato uno dei più grandiosi momenti della storia globale, il modus operandi dei quattro personaggi del film – Klas Batalo, Giustizia, Tumulto e Ordine Nuovo –, tra minacce e vandalismi, letteralmente ardenti del fuoco che alimenta i loro cuori, ancora giovani e naïf. Perché così viene detto, “i rivoluzionari sono degli ingenui: hanno fiducia nell’uomo”.

Di fatto, la rivoluzione à moitié, incarnata dal cliente della ragazza transessuale come dal padre di Roxanne, che liquida le speranze adolescenti con l’amara dichiarazione “j’ai cheminé”, “sono andato avanti”, sembra essere peccato e limite dell’essere umano – lo stesso capace di morire per i grandi ideali, “fedele fino alla fine ai propri principi” – che, colpa l’esperienza, così facilmente dimentica l’ardore della passione e le illusioni di grandezza scontrandosi con la realtà della vita adulta, dove all’astrattezza dell’inutile desiderio subentra la concretezza della responsabilità. Nondimeno è unicamente sull’uomo che si può contare, in un mondo che sembra essere dimenticato da Dio, miliardi di esseri umani la cui sola trascendenza è il futuro. E in questa missione rivoluzionaria, che accosta e giustappone lo scontro violento dei ribelli senza Dio all’audiovisivo di una solenne processione religiosa, si scorgono i germogli della speranza per un avvenire libero dalle costrizioni odierne.

Ambientato durante le sollevazioni popolari in Québec dopo la primavera araba, il film di Mathieu Denis e Simon Lavoie si inserisce, in realtà, e con contrasto quasi ossimorico, all’interno di un contesto astorico e atopico che mira ad astrarre e definire, in un’unica multidimensione, il concetto di rivoluzione, di nuovo ordine. E lo fa seguendo la sola regola di non porsi limiti – geografici o storici, formali o mediali – viaggiando tra ricordi e souvenirs di una razza, quella umana, che incessantemente lotta per un’ideale, perché “non abbiamo la scelta di non essere liberi”.

Ceux qui font… è espressione di quella tristezza, un malcontento generazionale, marchio storico dell’ultimo secolo, che “vinse sulla rabbia e sulla vergogna e generò un silenzio sepolcrale nei primi minuti”. Come i primi minuti del film, commentati dalla sola musica di sottofondo, momenti bui prima della luce, del risveglio, della rivolta.

Che è a ben vedere una ribellione anche ed innanzitutto artistica. Perché il film di Denis e Lavoie non è realmente un prodotto cinematografico. Ceux qui font… è insieme musica, teatro, danza, pittura, letteratura e poesia, cinema finzionale e documentario. Arte e cultura, espressioni tangibili di quella stessa educazione per la quale lottano gli studenti adirati – selezionate, recuperate, mescolate, violentate e portate all’estremo in un prodotto che pare emblema dello stesso delirio postmoderno che ispirò la rivoluzione culturale del secolo scorso. Un’inquietudine che non si limita soltanto ai giochi dell’intermedialità, ma che si avvale di un dinamismo e di uno sconcerto visivo generato dal continuo cambio di formato – da quello ristretto delle narrazioni individuali, piccole porzioni di una Storia collettiva, a quello panoramico della verità e della lotta, capace di mostrare l’intero, il totale, l’universale.

E, nella multidimensionalità di quest’arte nuova e contestataria, altre decine di definizioni che, sovrapponendosi, incorniciano il medesimo concetto, sempre più astratto e universale, di rivoluzione. Che assume i lineamenti di quella coloniale della poesia di Aimé Cesaire, poi di quella intima e interiore di Hector de Saint-Denys Garneau, e infine di quella aggressiva di Pierre Vallières.

Rivoluzione, infine, che si incarna nei corpi nudi dei quattro protagonisti, uniti in questa danza ribelle, trasformati in un unico organismo androgino e sovrumano che porta su di sé i segni del desiderio di un mondo nuovo. Un desiderio a cui ci si avvicina, e che non sembra così lontano, come la “fine del mondo” della poesia omonima di Garneau:

“Nous groupons alentour de l’espace
           de ce que nous n’avons pas
La réalité définitivement acceptable
           de ce que nous pourrions avoir
Des colonies et des possessions
           et toute une ceinture d’îles
Faites à l’image et amorcées par ce point
           au milieu central de ce que nous n’avons pas
qui est le désir.”