All the Lovers. Concorso internazionale lungometraggi

Taekwondo di Marco Berger e Martìn Farina.

Una piscina privata, silenziosa e solitaria. Due ragazzi, in acqua, si guardano negli occhi. Si fissano, da vicino, da una di quelle distanze così ridotte che non può non accadere qualcosa: c'è elettricità, c'è chimica, c'è desiderio, c'è un bacio, che aleggia tra i due, mentre lo spettatore resta incollato alla sedia, in attesa, e si aspetta di più. Qualcosa deve accadere, è evidente. Eppure non succede nulla. Un respiro profondo, i due si immergono fino al naso e trattengono il fiato. E' una gara a chi resiste più a lungo in apnea. Gli occhi dell'uno non si staccano neppure per un istante dagli occhi dell'altro.

Questa scena racchiude, nella sua semplicità, l'intera trama e l'intera filosofia di Taekwondo di Marco Berger e Martìn Farina.

Il film infatti ruota tutto attorno a Gérman che, invitato nella casa al mare del partner di arti marziali, Fernando, trascorre una serie imprecisata di lente e pigre giornate in compagnia della comitiva di amici di questo. Otto ragazzi, dunque, tutti maschi e tutti estremamente in confidenza, passano il tempo tra sport, scherzi, fumetti, bevute e racconti di conquiste femminili. La vicinanza tra gli elementi del gruppo è tanta e tale da farli sentire quasi come fratelli, al punto che la nudità o un contatto perdono totalmente qualsiasi valenza sessuale, diventando normalità: in costume o senza, si gira tranquillamente per casa, si dorme, si fa la sauna. Nessuno prova attrazione per nessuno, il contesto è quello di un gruppo di maschi eterosessuali. O almeno, così è in apparenza.

A incrinare gli equilibri, infatti – ma questo lo sa soltanto lo spettatore – è l'omosessualità di Gérman che, come più volte la macchina da presa rimarca (con una serie di primi piani di membri e di fondoschiena), non resiste alla tentazione di guardare. Per lui l'attrazione esiste, in particolare per Fernando, e fingere di non provarla è una sfida costante e continua. È paura di rivelarsi, non tanto, forse, per timore di un giudizio (le derisioni ai gay da parte del gruppo sembrano essere sempre molto superficiali e scherzose, più che vere discriminazioni), ma proprio per la sensazione che, svelato “il segreto”, gli atteggiamenti cambierebbero, lasciando spazio a strani imbarazzi, ad un comportamento molto meno disinvolto. Sarebbe, insomma, l'inizio di una serie di reazioni a catena che comprometterebbero la serenità amichevole del gruppo. Eppure allo stesso tempo la paura è anche, per Gérman, via via sempre più invaghito di Fernando, quella di dichiararsi in quanto, semplicemente, interessato non corrisposto: di Fernando gli amici dicono che sia ancora innamorato della ex fidanzata, e se è eterosessuale, allora tutti i gesti di vicinanza nei confronti di Gérman sono solo pura fratellanza e simpatia.

Mentre il protagonista tace e il suo amato finge, lo spettatore si ritrova a viaggiare nelle stesse acque incerte della coppia: un ginocchio che si sfiora, uno sguardo da lontano, una premura, la distanza dal gruppo, sono solo casualità o portano con sé dell'altro? Solo all'ultimo, nei pochi secondi che precedono i titoli di coda, si ha una risposta. Per tutto il resto del tempo, Taekwondo è un film che porta in scena – e lo fa bene – la tensione sessuale, la tacita attrazione reciproca, il desiderio, senza sfociare mai nel volgare.