Aprile 2010: ci troviamo a Sisaket, nel sud della Thailandia, a quaranta minuti dal confine con la Cambogia. Aod è un militare in congedo che ha deciso di tornare a casa per Capodanno. Incontra per caso il filmmaker Nontawat Numbenchapol, che si è offerto di dargli un passaggio in macchina. Dalla loro conversazione nasce l’idea di raccontare una storia che, oltreconfine, sono in pochi a poter dire di conoscere davvero.

Dopo l’ottima accoglienza a Berlino 2013, al Milano Film Festival va il merito di aver proposto anche al pubblico italiano  - nella sezione “Outsiders” - Boundary, il controverso documentario di Nontawat Numbenchapol. Sottoposto a provvedimento di censura, ha trovato con difficoltà una distribuzione nelle sale di Bangkok, e non pochi esercenti si sono rifiutati di programmarlo. Numbenchapol e il produttore Davy Chou hanno dovuto affittare a proprie spese spazi per le proiezioni.

Che cosa racconta di così scomodo Boundary? Il film ricostruisce gli ultimi sette anni di un complicato conflitto politico/militare che coinvolge Thailandia e Cambogia. Oggetto del contendere, il tempio Preah Vihear, risalente all’undicesimo secolo d.C. e considerato uno dei capolavori dell’architettura Khmer. Nonostante una pronuncia della Corte di giustizia internazionale del 1962 – che assegnava il luogo di culto alla Cambogia – Bangkok lo considera un tesoro della propria tradizione culturale. Il colpo di Stato del 2006 e l’esilio del premier thailandese Thaksin hanno provocato un duro scontro interno tra le cosiddette Camicie gialle, nazionaliste e filomonarchiche, e le Camicie rosse, espressione delle classi popolari e contadine rimaste fedeli a Thaksin.

A Numbenchapol interessa più di ogni altra cosa mostrare gli effetti della guerra sulla popolazione: ascolta i racconti dei contadini che abitano nei villaggi, inquadra le macerie di una scuola che si tenta di ricostruire, una donna in lacrime che ha perso la casa in un bombardamento. Ma in Boundary ci sono anche le scene di vita quotidiana a restuire una speranza: i monaci ragazzini che fanno il bagno nelle piscine naturali, la pesca in canoa (in una silenziosa e bellissima sequenza “a pelo d’acqua”), la festa di fidanzamento di Aod...

È un piccolo lembo del “caos Asia” quello che ci racconta Boundary, anche se la macchina da presa tiene fuori campo il fragore dei proiettili, non riprende mai i combattimenti in corso. Bastano pochi fotogrammi di repertorio – tre soldati asserragliati in trincea che sparanno all’impazzata – a farci capire già tutto. A farci respirare l’odore di morte e di distruzione.