Durante la visione delle quasi tre ore del director’s cut di The act of killing i punti di riferimento dello spettatore finiscono spesso per vacillare.

Non solo perché questo documentario fuori dal comune verte su un argomento di per sé piuttosto inquietante: lo sterminio di massa compiuto in Indonesia dai gruppi paramilitari all’indomani del golpe del 1965, o meglio il ricordo e la percezione di questo sterminio nella coscienza di una nazione.

Ma soprattutto perché le modalità con cui viene rappresentato – costantemente giocate sull’incursione della finzione nella realtà (i responsabili degli eccidi mettono in scena alcuni di quegli episodi, sulla falsariga del cinema di propaganda di allora), sulla presenza del surreale e del paradossale (i colpevoli possono impunemente vantarsi dei crimini mentre i sopravvissuti e i parenti delle vittime sono condannati al silenzio) – si discostano da come ci aspetteremmo che fosse trattato un tema simile. In questo modo il film mette costantemente in discussione le nostre categorie di giudizio.

Quello che ci mostra è l’incredibile “normalità” di quanto avvenuto in Indonesia dopo il golpe che portò al potere Suharto: per certi versi, è come se i nazisti avessero vinto e potessero impunemente vantarsi delle violenze compiute ai danni degli ebrei. The act of killing, però, non si limita ad additarci quella normalità, e a condannarla, ma piuttosto ce la fa esperire. I costanti passaggi tra finzione e realtà finiscono per avere un carattere ipnotico e noi siamo come proiettati in quella normalità e messi alla prova: una volta dentro ad essa, come giudichiamo i fatti di cui veniamo a conoscenza?

Il film di Joshua Oppenheimer – alla base del quale c’è un lavoro di dimensioni gigantesche (cinque anni di riprese per un totale di più di 1.000 ore di girato) – fornisce diverse chiavi di lettura con le quali addentrarsi in questa materia scabrosa.

Una di queste è la contrapposizione tra due di questi criminali impuniti, Anwar e Adi. Se il primo reagisce in modo emotivo e sembra costantemente oscillare tra due opposte reazioni (da un lato l’esaltazione per le imprese compiute, la spacconeria, dall'altro l’emergere del rimorso), il secondo appare più razionale, calcolatore: a differenza del primo è disposto ad ammettere che la propaganda anticomunista era fondata su falsificazioni ed esagerazioni, ma non sembra provare alcun tipo di rimorso per quel che ha fatto; lo giustifica piuttosto in nome del principio realista secondo cui, nella storia, è sempre il vincitore a dettare le regole che stabiliscono ciò che è giusto o sbagliato.

E se il primo può facilmente apparire come un pazzo, un esaltato, il secondo (che vediamo aggirarsi in un centro commerciale e compiere azioni che ognuno di noi compie quotidianamente) ci assomiglia, e rende evidenti, applicandoli in forma esasperata, i principi su cui si reggono, normalmente, le relazioni politiche e la ragion di stato: ecco, dunque, che la normalità al centro del film assume ancora una volta un carattere perturbante.

Non solo per aver portato alla luce una realtà poco nota al mondo, ma anche per la capacità di riflettere sulle zone più oscure dell’animo umano (il film è piaciuto a Werner Herzog, che ne è diventato produttore esecutivo) e sulle stesse modalità della rappresentazione documentaristica. The act of killing è certamente destinato a diventare una pietra miliare nella storia del documentario.