"Upstream Color"

Sublime e supponente

Gli applausi della stampa americana o le pesanti critiche ricevute all’ultima Berlinale? Difficile capire da che parte stia la ragione con Upstream Color, opera seconda dello statunitense Shane Carruth, che arriva al Milano Film Festival dopo aver diviso e fatto discutere appassionati e addetti ai lavori di tutto il mondo.

Repellente e affascinante al tempo stesso, a partire dal confuso soggetto, Upstream Color racconta di una giovane gallerista d’arte, Kris, che viene drogata da uno sconosciuto: l’uomo le somministra una sostanza in grado di alterarne la volontà con lo scopo di prosciugare il suo conto in banca. Una volta guarita, Kris rimane intrappolata in qualcosa che non riesce a capire, fino a quando incontra Jeff, una sorta di broker che sembra affetto dai suoi stessi problemi.

Nove anni dopo il suo curioso esordio, Primer (Gran Premio della Giuria al Sundance Film Festival 2004), incentrato sui viaggi nel tempo, Shane Carruth punta ancora più in alto rischiando, eccessivamente, di cadere. Upstream Color è una visione, senza dubbio controcorrente - sperimentale direbbero alcuni - in grado di far riflettere e di suscitare le opinioni (oltre alle interpretazioni) più disparate.

Se la fotografia sfiora il sublime (per uso delle luci ricorda quella dell’ottima serie tv britannica Utopia, ideata da Dennis Kelly), la narrazione appare poco coinvolgente e ancor meno “sanguigna”, incapace di stupire come avrebbe potuto e voluto.

I limiti di un film con diversi pregi, si ritrovano in un atteggiamento autoriale troppo supponente: Carruth lancia qua e là diversi tasselli che, troppo abbandonati a se stessi, non riescono a dar vita a un mosaico sufficientemente armonico.

Incorniciato da due lunghe sequenze completamente mute (salvo per la colonna sonora realizzata dallo stesso regista), il film rischia di incartarsi troppo nella parte centrale, nei momenti in cui la sceneggiatura si affida più alle parole che alle immagini.

Nel cast meglio Amy Seimetz dell’instancabile Shane Carruth, che - oltre a essere produttore, regista, sceneggiatore, montatore e compositore del suo film - continua, con esiti decisamente discutibili, a voler essere protagonista anche davanti alla macchina da presa.