Larry Gopnik è un marito affidabile, un padre comprensivo, un fratello accondiscendente, un professore integerrimo, un cittadino perbene. È un middle man, uno che nel cinema classico americano poteva diventare presidente o deputato seguendo le regole del buon senso e del vivere civile.

Ma Joel e Ethan Coen non hanno quello sguardo illuminista ed empatico nei confronti dell’umano. Sanno che una serena mediocrità non conduce al regno dei cieli e neanche alla realizzazione di un banalissimo ideale borghese. Il mondo è un luogo inabitabile per gli uomini, impermeabile alla felicità.

Larry è quindi tradito dalla moglie, malvisto dal vicino di casa (la comunità, civile o religiosa che sia, non garantisce sostegno ma diffidenza), sospettato di comportamenti amorali sul lavoro, schiacciato dalle avversità verso cui è incapace di reagire. Cerca di indagare le ragioni di tanto accanimento senza saperne affrontare le conseguenze.

Larry è Giobbe nella suburbia americana del ‘67, irretito da un Dio invisibile e sarcastico che bussa alla sua porta sotto forma di medico, di preside, di poliziotto, di avvocato, di venditore, di agente federale per complicargli la vita, per farlo scivolare nel baratro di una solitudine sempre più ridicola.

A Serious Man è una tragedia dalle nere venature slapstick in cui risuona – in un mondo sordo e anaffettivo – il silenzio beffardo della voce di Dio.

Larry è un fisico, riempie gigantesche lavagne per spiegare ai suoi allievi il principio di indeterminazione – prova della nostra incapacità di comprendere il mondo – e asserisce con certezza che ogni azione ha le sue conseguenze. Il suo sistema di valori è invece continuamente sbeffeggiato da un destino che lo irride spingendolo verso il crollo. E, costretto a confrontarsi con le categorie imbalsamate della società civile, cerca conforto nelle parole di inadeguati rabbini. Ma Dio, se c’è, è sempre più indecifrabile e inafferrabile.

A Serious Man – il più intimamente ebraico tra i film dei Coen – è una serissima farsa biblica in cui Gopnik è la vittima di un bullismo metafisico, dove ogni risposta esistenziale si specchia nell’assenza di domande. La scienza – come l’etica, la fede, l’amore – è solo un’armatura di cartone incapace di proteggere dalla feroce ironia dell’universo. E anche i desideri proibiti si sbirciano clandestinamente da un tetto, quasi fossimo immobili e inebetiti parafulmini in attesa di un definitivo temporale.