Blythe Danner e Steve Martin. 53a edizione

Oscar. 1981

Nel 1981, per la seconda volta nella storia degli Oscar, l’Academy si vede costretta a posticipare di un giorno la diretta della cerimonia di premiazione. Era già successo il 4 aprile 1968, quando l’assassinio di Martin Luther King aveva suscitato un tale cordoglio da rimandare la serata al 5 aprile.

All’alba della 53ª edizione, il 30 marzo 1981, l’attentato al Presidente Ronald Reagan paralizza gli States e manda in tilt la macchina degli Oscar: il tempo necessario per riprendersi dallo shock e avvisare le ditte di noleggio smoking, e le luci del Dorothy Chandler Pavillon si accendono il 31 marzo 1981.

La cerimonia splende agli occhi di Reagan, spettatore televisivo dal suo ricovero ospedaliero, e mostra al sopravvissuto Presidente il meglio in circolazione. E difatti Franco Zeffirelli presenta il miglior film straniero dell’anno. E poi Peter Ustinov le migliori sceneggiature, Richard Pryor il miglior montaggio, Luciano Pavarotti la miglior canzone, Peter O’Toole la miglior scenografia, George Cukor e King Vidor la miglior regìa e addirittura Lillian Gish il miglior film dell’anno.

Ma è alla consegna dell’Oscar per la miglior direzione della fotografia che il cerimoniere Johnny Carson cala l’asso e invita sul palco due assortiti presentatori d’eccezione. Lei da nove anni alterna i set televisivi all’educazione della giovane figlia, Gwyneth Paltrow. Lui, immenso, è reduce da una colazione con Stanley Kubrick in cui il Maestro lo supplica, invano, di accettare la parte del protagonista nell’adattamento di un racconto di Arthur Schnitzler, tal Doppio sogno, da cui ha in mente di trarre una commedia sexy.



Ebbene, «Would you welcome Blythe Danner and Steve Martin».

Se a lei spetta l’articolato ruolo di valletta con abito da sudista, a lui – con tinta per capelli accentuata sul giallo oro – spetta quello ancor più arduo di chiarire una volta per tutte quale sia la funzione del direttore della fotografia: «Many people who don’t live in Hollywood or work in the movies may not understand what it is exactly that a cinematographer does. Well, let’s examine the word: “cinema” meaning film or movie and “tographer”…». Pausa. La padronanza dell’approccio etimologico si interrompe, il dubbio assale Steve Martin, il sudore cala sul suo volto, la comprensione svanisce, lo smarrimento incalza, la disfatta si avvicina e l’allontanamento dal microfono pare definitivo.

Il nobile intento di spiegare finalmente al pubblico chi sia e cosa faccia un "cinematographer" resta desolatamente vano. Ciò non impedisce però a Blythe e a Steve di elencare i nominati dell’anno per la miglior «-tography»: Nestor Almendros per Laguna Blu, Ralph Bode per La ragazza di Nashville, James Crabe per La formula, Michael Chapman per Toro Scatenato e Geoffrey Unsworth & Ghislain Cloquet per Tess.

L’annuncio della vittoria apre una parentesi commossa siccome, premiando Tess di Polanski per la miglior fotografia, si tributa sulle note di Philippe Sarde l’Oscar postumo al britannico Unsworth, mago della macchina da presa per 2001: Odissea nello spazio e Cabaret, deceduto subito dopo le riprese di Superman.

Il fatto che Steve Martin, per conto dell’Academy, non sia riuscito a spiegare chi sia e cosa faccia un direttore della fotografia giustifica – forse – la totale esclusione di Freddie Francis, artefice del bianco e nero di The Elephant Man, dai migliori dell’anno. Dal 1981 al 2014 il mistero su chi sia e cosa faccia un «cinematographer» (o meglio, un «–tographer») sopravvive intatto a Hollywood. Del resto, se dopo undici nomination all’Oscar l’Academy nega la vittoria a Roger Deakins (A.S.C. – B.S.C.) un motivo ci sarà.

I vincitori e i nominati della 53a edizione dei premi Oscar, dal sito ufficiale dell'Academy
La clip di Steve Martin e Blythe Danner, dal canale YouTube ufficiale dell'Academy