1995 - TOY STORY di John Lasseter

"Verso l'infinito e oltre!". Sembra ieri e invece è il secolo scorso. Quel tempo lontano in cui pensavamo che la tecnologia fosse solo artificio, aridità, avidità industriale. John Lasseter - un amabile dottor Frankenstein che voleva dare vita al mondo inanimato in CGI (Computer-generated imagery) - rivelò al pubblico planetario l'anima digitale della nuova era post-Disney (arte e tecnica, meraviglie del software e dell'affabulazione) ricevendo in cambio il miglior incasso dell'anno (quasi 357 milioni di dollari, 20 anni fa). La dialettica tra il vecchio (il cowboy) e il nuovo (lo space ranger) si riflette nell'impresa cinematografica, che unisce i più moderni ritrovati della tecnologia e i più tradizionali principi della narrazione, il gusto bambino di dare vita ai giocattoli e il piacere adulto dell'artigianato cinefilo. Per la voce di Woody il cowboy, al posto di Tom Hanks ci offrirono Fabrizio Frizzi (pensavano: è un cartoon, non è cinema, piacerà ai pupi e ai nonni che guardano la tv), ma la rivoluzione arrivò chiara e forte anche da noi. Oltre all'alienato superaccessoriato Buzz Lightyear, che non sa volare ma "cade con stile", ricordiamo con affetto Mr.Potato, il timoroso dinosauro Rex, il cane a molla Slinky Dog e il porcellino-salvadanaio Hamm. Sid, il bambino ammazza-giocattoli (destinato nell'episodio n°3 a fare una comparsata in veste di spazzino), vantava una moquette di casa identica a quella dell'Overlook Hotel e poi finiva attaccato da una bambola zombie che dice: "REDRUM" (alla Pixar amano Shining, come tutti noi).  Voto: 8

 

1998 - A BUG'S LIFE di John Lasseter e Andrew Stanton

Formiche vs. cavallette. Gli oppressi si ribellano agli oppressori. Ma la lotta di classe passa attraverso l'iniziativa folle di un tipo eccentrico, un creativo, un inventore (uno della Pixar, insomma), che trasforma una compagnia circense in una gioiosa macchina da guerra. I "sette (insetti) samurai" salvano la colonia come facevano "i tre amigos" di Landis, convinti di essere stati scritturati per uno spettacolo. Ritmo, invenzioni, dialoghi eccellenti. Ma la cosa migliore del film è l’illusionistico epilogo aggiunto dopo i titoli di coda, con le "scene tagliate", gli "errori", le "meta-citazioni" (Flick fa il verso a Buzz Lightyear e se la ride). Lì cominciammo a capire che la Pixar era un universo a parte. Non semplicemente dei bravi animatori che imitano la realtà e il cinema, bensì dei veri cineasti-artigiani creatori di mondi, più sinceri che furbi, abili interpreti del pubblico-mondo che cambia, perfettamente consapevoli della rivoluzione che rappresentavano.  Voto: 7

 

1999 - TOY STORY 2 di John Lasseter, Lee Unkrich e Ash Brannon

Un sequel? No, una rivelazione. Incassati milioni di dollari e miriadi di lodi, i "ragazzi" della Pixar fanno vedere cosa avevano in mente fin dall'inizio: il cinema. Ribaltando i termini della questione (cartoon per bambini che piacciono anche ai grandi) si inventano il film per adulti che diverte i più piccoli (in realtà è la distinzione in sé a perdere di significato). Non è solo una questione di ammiccamenti creativi (che non mancano, da 2001: Odissea nello spazio a Guerre Stellari, da Hitchcock a Spielberg, passando per l'auto-citazione che alimenta l'auto-mitologia). Stabilito il contatto ludico con l'appassionato di cinema, si dispiegano i fondamentali della settima arte e si propone in sovrappiù una riflessione sull'identità e sull'alienazione (difficile vivere in un mondo che ha già stabilito in partenza la nostra "funzione"). Chi siamo, dove andiamo, perché diavolo ci sono tutti quei Buzz sugli scaffali?  Roba forte - sentimenti compresi - trattata con leggerezza, dentro l'azione, senza un attimo di sosta, con una qualità di scrittura che surclassa la produzione cinematografica americana live (non solo mainstream). Tra i nuovi arrivi, vanno segnalati almeno il fedele cavallo Bullseye e l'amico-cane Buster, la Barbie guida turistica e il pinguino col fischietto rotto, a cui spetta il gran finale canterino.  Voto: 9

 

2001 - MONSTERS & CO. (Monsters, Inc.) di Pete Docter, Lee Unkrich e David Silverman

Lo spavento raccontato dagli spaventatori. Irresistibilmente divertenti. Nascosto sotto il letto, dentro l'armadio, nel buio profondo della notte, c’è un tipo come Sulley, un enorme mostro-pelouche azzurro e viola, abilissimo nell’estorcere grida di paura agli inermi bambini. Per non parlare del suo amico Mike, una specie di palla verde con un occhio solo, l'eloquio fluviale e uno spiccato senso dello humour. Dietro le paure più elementari, infantili, universali, c’è una raffinata industria dello spavento, nata per sfruttare il terrore come fonte di energia. Dove c’è profitto, però, c’è anche sempre il rischio di cedere all’ingordigia e alla sete di potere. Per non parlare dell’ideologia fasulla che sostiene la società dei mostri e che viene smascherata da una dolce bambina di nome Boo. Fortunatamente alla Pixar non eccedono con la metafora e la morale, anzi, domina incontrastato un gusto dell’invenzione, un’energia allegra, una voglia di giocare che ormai sono il marchio di fabbrica di Lasseter & co. Forse il film più originale (insieme a Wall-E) dal punto di vista dell’idea-soggetto. Per non parlare dell’arguzia con cui l’umano si riflette nel mostruoso e della ricchezza di dettagli di cui si nutre questo buffo ribaltamento della realtà. Il mondo del cartoon si adegua tecnicamente alla rivoluzione Pixar e loro rispondono sul piano delle idee, della scrittura e della messinscena (i tradizionalissimi fondamentali del cinema).  Voto: 8,5

 

2003 - ALLA RICERCA DI NEMO (Finding Nemo) di Andrew Stanton e Lee Unkrich

Una storia Disney dentro un corpo Pixar. Tradizione (narrativa) e innovazione (tecnica). Rinasce l'anima disneyana - sentimenti domestici, animali parlanti, padri e figli e madri che non ci sono più, storie di formazione - innestata sui muscoli digitali e la creatività pixeriana. Il pesciolino Nemo è una delle icone del nostro tempo. I temi sono vecchi quanto l’uomo e il cartoon: la ribellione alle regole come tappa inevitabile di ogni crescita, il percorso alla scoperta di sé, il padre che deve imparare a rispettare la libertà del figlio. Ma lo svolgimento è una festa per gli occhi e conquista la simpatia anche di tutti noi sentimentali che mal tolleriamo il sentimentalismo. L’ironia previene la retorica, la fantasia tiene a bada l’ovvio e il déjà vu narrativo. E così, una delle storie più prevedibili generate dallo straordinario comparto di sceneggiatori Pixar (uno dei tanti viaggi pixariani) diventa un’odissea colorata ed emozionante. Incasso planetario stratosferico, quasi 868 milioni di dollari, e premio Oscar.  Voto: 8

 

2004 - GLI INCREDIBILI (The Incredibles) regia di Brad Bird

Forse il più incompreso tra i gioiellini Pixar. Eppure è in assoluto uno dei migliori, per la complessità dell’operazione, la qualità della regia (decisamente adulta), la ricchezza di ambienti, situazioni, gag. Rispetto ad altri super-successi di Lassater & soci, Gli Incredibili pagano dazio alla moltiplicazione dei livelli di comunicazione ed espressione. Il mondo dei supereroi viene sfottuto e omaggiato, riscoperto e smontato pezzo per pezzo, salvo poi ritrovare un senso e una prospettiva. La famiglia di super-eroi rinnegati e poi ritrovati è composta da Mr Incredible, assicuratore frustrato dotato di pettorali esplosivi, la moglie Elastigirl e i figli Violetta (invisibilità e campi di forza), Flash (velocità supersonica) e Jack Jack (piccolo e invincibile). L’edizione americana poteva vantare le voci di Craig Nelson, Holly Hunter e Samuel Jackson, ma noi in compenso avevamo Amanda Lear (!) nei panni della stilista Edna Mode. Regia di Brad Bird (anche voce di Edna, nell’originale) che arrivava dal notevole Il gigante di ferro e che poi dirigerà Ratatouille, oltre a passare al cinema live con Mission: Impossibile.  Voto: 8,5

 

2006 - CARS di John Lasseter e Joe Ranft

Ogni uscita Pixar ormai è un evento. Anche per Cars l’attesa è tanta, amplificata dal fatto che Lassater torna alla regia, ma stavolta a vincere è soprattutto il “concept” e il merchandising collegato. Il resto è (lussuosa) routine, rispetto agli standard altissimi di casa Pixar. Appassionato di motori, John Lasseter ha realizzato il suo sogno, un altro, l’ennesimo: un cartoon sul mondo delle auto da corsa (e delle utilitarie, i carri-attrezzi, le famigliari, le vecchie indistruttibili macchine di una volta) visto dal punto di vista delle auto da corsa. Una sfida innanzi tutto sul piano dell’antropomorfismo obbligato: come rendere credibile un’automobile che parla, ride, sogna, soffre, pensa, esprime sentimenti come un uomo e una donna? Impresa riuscita per quanto riguarda l’animazione, anche se la storia non è certo irresistibile e per la verità non lo sono neppure le interminabili sfide in pista. A parte l’arrugginito Cricchetto, entrato da subito nell’olimpo dei migliori caratteri Pixar, il resto è gradevolmente prevedibile: ci si accontenta di tradurre l’universo umano in quello dei motori. C’è gloria anche per la Fiat 500 (Luigi, doppiato con accento emiliano). Il resto, automobilisticamente parlando, è roba da intenditori, dalla Hudson Hornet del ’51 del vecchio Doc (Paul Newman in originale) alla Chevrolet Impala Lowrider ’59 del mastro verniciatore Ramone, dal furgoncino hippy Volkswagen T1 del ’60 chiamato Filmore in onore del mitico locale rock (lui infatti adora Jimi Hendrix) alla Mercury Police Car del ’49 dello sceriffo.  Voto: 6,5

 

2007 - RATATOUILLE di Brad Bird e Jan Pinkava

Un topo che diventa chef. L’impossibile quasi impensabile diventa credibile grazie alle possibilità del digitale e al tocco di Brad Bird, arrivato ad “aggiustare” la storia (i suoi personaggi hanno sempre qualcosa in più, umanamente parlando), partendo dalle intuizioni di Jan Pinkava. Dalle fogne e il cibo di scarto, ai ristoranti di Parigi e ai 270 piatti appositamente cucinati e tradotti in cartoon. Un’altra scommessa vinta (con nuovo premio Oscar), giocando con uno dei must del consumismo corrente, l'ossessione del cibo. La storia di Rémy, e dello sguattero trasformato in cuoco provetto grazie al gusto e all’olfatto del ratto, è di quelle che sembrano nate per diventare dei classici. “Opera della maturità”, come si dice in questi casi, quelli in cui un film ha tutto ciò che serve: humour e sentimento, scrittura rotonda e regia sorniona, più un paio di sequenze memorabili in cucina. Eppure non ha la vitalità dirompente di altre opere Pixar. Impressionante la qualità tecnica dell’animazione.  Voto: 7,5    

 

2008 - WALL-E di Andrew Stanton

Nel silenzio e nella solitudine più totale, in un mondo fatto di rottami e grattacieli di rifiuti accatastati, si aggira un robot-spazzino di nome Wall-E. L’inizio è folgorante, lo svolgimento lirico e buffo, il finale ispirato. Una delle sfide più difficili affrontate dalla Pixar si rivela un capolavoro dell’animazione, anzi del cinema tout court. Per buona parte (la parte migliore) Wall-E si rivela un film muto, con quel robot che è un po’ Charlot e un po’ Tati. Dopo aver abbondantemente dimostrato di saper realizzare i migliori cartoon digitali in circolazione (i più divertenti, i più impeccabili) la Pixar fa un passo oltre, affidandosi unicamente al potere delle immagini e dei suoni, al talento di Andrew Stanton e a una sapiente regia “cinematografica”. E’ notevole soprattutto la capacità di comunicare emozioni e pensieri silenziosi usando la forma squadrata e i movimenti limitati di un robot (anzi due, perché c’è anche l’elegante, affusolata Eve). Gli esseri umani, grassi, rotondi, fanciulleschi, in confronto sembrano bambole animate. Arriva dritto e chiaro anche il messaggio ecologista, con l’iperbole del mondo fatto di rifiuti, l’uomo ridotto a un bambinone intontito dal benessere artificiale, il finale mito-grafico in cui la storia del mondo viene riscritta a partire dall’ispirazione robotica che fa ripartire da zero la storia della civilizzazione. L’omaggio al potere del cinema passa anche dal confronto tra i visori che gli ex-terrestri tengono davanti agli occhi per non vedere e le cine-immagini di “Hello, Dolly!” che accendono l’anima-memoria del Waste Allocation Load Lifter Earth-Class. Il lato romantico della tecnologia. Ovviamente premio Oscar (e Golden Globe e Bafta e premi critici a pioggia). Voto: 9,5

 

2009 - UP di Pete Docter e Bob Peterson

La casa che vola nel cielo blu, appesa a una nuvola di palloncini colorati, è una di quelle immagine create dalla Pixar che ci sono rimaste dentro. Così come il vecchio Carl, quasi ottantenne, con quella faccia larga che ricorda Spencer Tracy. Dopo aver eletto a protagonista un robot, la Pixar torna agli esseri umani, ma al centro della storia, invece di un bambino, mette un anziano. E dimostra definitivamente che il cinema “classico”, quello del montaggio invisibile, ha trovato una nuova dimensione nel mondo dell’animazione. Vedere per credere la prima parte (la migliore), quella che mescola commedia e dramma con grande sensibilità, prendendosi tutto il tempo necessario per entrare nel mondo e nel modo di essere del 78enne Carl Friedricksen (doppiato da Giancarlo Giannini, mentre ad Arnoldo Foà è stata affidata la voce dell’esploratore Charles Muntz). Un bambino diventa uomo, si innamora, si sposa, vive meglio che può, ma poi rimane solo, con la sua malinconia e un sogno da realizzare: Up è la realizzazione di quel sogno, accompagnata da un boy scout importuno, da strambi animali e cani parlanti, da un mito dell’avventura che si rivela un criminale. Il problema di Up è che l’azzardo non viene portato fino in fondo, risultando un film discontinuo, tra commedia e avventura, gag e sentimento, azione e contemplazione malinconica. Ci inchiniamo però a quella mirabile sequenza in cui tutta una vita (quella di Carl e della sua Ellie) viene raccontata nello spazio di poche immagini che ispirano gioia e tristezza, affetto e dolore (ah, l’amore quello vero!): un gran bel pezzo di (grande) cinema. Con questo film arriva anche la consacrazione definitiva nel mondo del “cinema d’autore”: apertura di Cannes e premio alla carriera a Venezia. Terzo Oscar consecutivo come Miglior Film d’Animazione per la Pixar.  Voto: 8,5

 

2010 - TOY STORY 3 di Lee Unkrich

Il sospetto c’era: vuoi vedere che cedono anche loro al demone del sequel (rassicurante, facile, performante)? Poi al cinema ritroviamo Woody e Buzz (ma anche Trixie la triceratopo, il riccio-attore Mr. Prickelpants, Barbie e il suo Ken, il dispotico orsacchiotto rosa Lotso) e il dubbio viene travolto dal ritmo, le risate, le lacrime (nel finale), le trovate della storia e della regia. Tutto questo in un film da guardare, più che da ascoltare, anche se la trama e i dialoghi riservano temi forti: la fine dell’infanzia con le sue gioie e i suoi dolori, la mortalità inevitabile che bisogna imparare ad accettare, il rapporto complesso tra giocattolo e padrone, fedeltà e libertà. Il cartoon Pixar fa cinema in tutto e per tutto, simulando movimenti di macchina complessi, inquadrature con tagli originali, cambi di lente, di viraggio, di prospettiva. Nella moltitudine di citazioni e ammiccamenti che si susseguono, senza essere mai invadenti (da Mr Potato che suona accidentalmente le prime note di Petruska di Stravinsky al vestito che campeggia nell’armadio di Ken “rubato” ai Beatles di Sgt. Pepper’s), si segnala l’omaggio al maestro Hayao Miyazaki, per mezzo di un giocattolo-Totoro. Incredibile anche il risultato al botteghino, dove sfonda quota un miliardo di dollari e diventa il maggior incasso mondiale per un film animato. Voto: 8,5

 

2011 - CARS 2 di John Lasseter e Brad Lewis

Alla passione per le automobili si unisce quella per 007 e i film di spionaggio: il risultato è un’ora e 45’ di azione, spesso frenetica, in cui la Pixar si prende una pausa sul fronte dell’innovazione e dell’arte animata digitale, per dedicarsi anima e corpo al commercio connesso al brand. Niente da dire sulla tecnica – a partire dalla notevole sequenza iniziale – molto da ridire invece sul piano narrativo, dove ci si imbatte in una storia-pretesto che mostra ben presto la corda. La vacanza creativa è dimostrata anche dalle trovate troppo facili. Tra le comparsate di lusso, oltre a Lewis Hamilton (nei panni di se stesso), si segnalano anche Franco Nero (Zio Topolino) e soprattutto Sophia Loren (nell’originale Vanessa Redgrave, anche Regina d’Inghilterra), coinvolta in un equivoco marketing che la presentava come fosse una delle voci protagoniste, quando invece aveva la minuscola parte di Mamma Topolino. Voto: 5

 

2012 - RIBELLE - THE BRAVE di Mark Andrews, Brenda Chapman e Steve Purcell

La nuova sfida al racconto classico animato passa attraverso la storia canonica di una principessa che non vuole fare la principessa (non vuole sposarsi con uno dei nobili pretendenti alla sua mano). Coraggiosa, sognatrice, abilissima con arco e frecce, Merida ricorre alla magia per sfuggire al suo destino, e grazie a un incantesimo trasforma sua madre in un orso: un bel pasticcio. Avventura fantasy, commedia degli equivoci, favola moderna. The Brave è una sorprendente escursione della Pixar in un territorio prettamente disneyano (due anni prima avevamo visto Rapunzel). Ma la sorpresa finisce lì. Il cartoon è ben fatto (per forza, è Pixar!), ha una protagonista notevole (con quella grinta contagiosa, i gesti nervosi ma eleganti, la capigliatura rossa ribelle) e porta avanti la ricerca sulla recitazione dei personaggi umani animati, alternativa artigianale-poetica-digitale al motion capture. Funziona. Ma non entusiasma. Altro Oscar, stavolta generoso. Voto: 6,5