Pubblichiamo le tre recensioni vincitrice della VI edizione del Premio Franco La Polla.

L'iniziativa è realizzata in collaborazione con il Premio Franco La Polla e il Future Film Festival (che si è tenuto dal 2 al 7 maggio), con la supervisione di Susanna La Polla. La giuria composta da Silvia Albertazzi (Docente di Letteratura Inglese, Università di Bologna); Michele Fadda (Docente di Storia del Cinema, Università di Bologna); Leonardo Gandini (Docente di Storia del Cinema, Università di Modena e Reggio-Emilia); Giacomo Manzoli, (Docente di Storia del Cinema, Università di Bologna); Roy Menarini (Docente di Storia del Cinema, Università di Udine e critico cinematografico); Massimiliano Spanu (Docente di Semiologia del Cinema e degli Audiovisivi, Università di Trieste); Enrico Terrone (Docente di Storia e Critica del Cinema, Università del Piemonte Orientale e redattore di Segnocinema); Giulietta Fara e Oscar Cosulich (Direttori del Future Film Festival) ha scelto di premiare i tre testi qui di seguito, valutando sia il contenuto critico sia lo stile dell’esposizione.

Tre recensioni del film ALMOST DEAD di Giorgio Bruno (Italia, 2016)

Una donna si risveglia all'interno di un fuoristrada, legata e imbavagliata. Accanto a lei, il cadavere della guidatrice, forse deceduta durante l'incidente. Sotto shock, ferita e in preda ad amnesia, la protagonista dovrà sopravvivere in un ambiente ostile e popolato da morti viventi, mentre tenta di ricordare perché sia stata rapita e rimettere insieme i pezzi della sua identità.

Soggetto e regia a cura del regista catanese Giorgio Bruno, Almost Dead tenta di inserirsi nel panorama internazionale contaminando lo zombie-movie con l'horror psicologico.

Il set, una tetra foresta da cui filtra il tenue bagliore della luna piena, è volutamente circoscritto, per esplorare le possibilità drammaturgiche di uno spazio ristretto, a cui si unisce un intreccio narrativo non meno minimale. La vicenda si sviluppa in un arco temporale altrettanto limitato, di circa sei ore, intervallato da dissolvenze in nero che nascondono i cambi di scena e i vuoti narrativi.

La colonna sonora in un primo momento accompagna la narrazione con musiche tese, rumori e i lamenti della protagonista, per poi rallentarla con le continue incursioni telefoniche che collegano la dottoressa Hope Walsh (Aylin Prandi) a ciò che resta della società civile piegata dall’epidemia.

La narrazione pesa in buona sostanza sulle spalle di Hope – un nomen omen adatto a colei che possiede l'unico antidoto al morbo, anche se non ne ricorda l'ubicazione – e, di conseguenza, le inquadrature, strette e ravvicinate, si concentrano sulla capacità del viso della Prandi di esprimere la sofferenza e il senso di colpa. Una sola donna assume su di sé il dolore che, nel zombie-movie, solitamente viene espresso con una folla impaurita e in fuga, che qui non trova spazio. Anche il ruolo degli zombie, lenti e privi di intelligenza, riconducibili a quelli di rohmeriana memoria, è marginale e sublimato all'esigenza di costringere la protagonista a fare i conti con i propri “mostri interiori”. A livello visivo è presente una cesura netta tra le inquadrature cupe e claustrofobiche ambientate nella foresta e quelle vivaci e ariose del flashback finale e dell'immagine di apertura del film: gli interni dell'auto vanno a contrapporsi alla vastità del mare, il buio alla luce, la solitudine all'unione famigliare, il pianto al sorriso. Una semplicità stilistica già accennata dai titoli di testa, dal font semplice, in bianco e nero.

Per quanto Almost Dead sia un film low budget e senza pretese, rappresenta il chiaro tentativo di rivalsa da parte di un cinema di genere indipendente che fatica a trovare il suo spazio. Si potrebbe individuare un parallelismo tra la critica, interna al film, alla società civile della dottoressa Walsh, in cui la classe dominante defrauda la classe subalterna di ogni possibilità di sopravvivenza, e quella cinematografica a noi contemporanea, in cui le grosse produzioni di genere occupano le sale fagocitando la più grande fetta di pubblico e condannando film di produzioni minori a passare inosservati.

Barbara Baingiu

Nell'infinito mare magnum dei non morti, Almost Dead trova una linea di galleggiamento annaspando tra snobismo e originalità. Non si spinge più in là di una suspense latente, prendendo il genere a modello, e contemporaneamente affonda solo fino a un certo punto nell'alone emotivo della protagonista.

Svegliatasi dopo un incidente d'auto, Hope (Aylin Prandi) ha la memoria imbavagliata da un'amnesia, così come bocca e mani sono rese inerti dal nastro adesivo. La selva in cui la vettura si è schiantata riecheggia di un dantesco moderno, infestata da branchi sporadici (ergo low-budget) di morti viventi. La sopravvivenza è il primo dei suoi problemi – ma anche capire di chi fidarsi, metabolizzare l'apocalisse e rimanere lucida emergono cruciali.

Col senno di poi (ma è un prurito costante anche durante il tempo di visione) l'attenuazione della paura sembra essere una torsione del canone per trascendere la natura dell'etichetta “horror” e collocarsi in un piano che guarda agli zombie solo come un pretesto. Il vero fulcro è Hope, con la sua aria tra l'insipiente e la tenace, e la traccia sonora non manca di evidenziare i picchi di spannung che ne drammatizzano il già angosciante calvario.

Benché il dispositivo dello spavento sia ridotto coscientemente ai minimi di genere, Almost Dead ne sente comunque la mancanza fantasmatica. L'approccio proto-autoriale opta per una claustrofobia che incentra e concentra pressoché ogni risorsa nello spazio ristretto dell'automobile.

Uno luogo asfittico, però, che fatica a mantenere ermetica l'uniformità, depressurizzata nella dilatazione dei dialoghi colpevolmente lassi e in alcuni stilemi monotoni. Il tentativo del regista Giorgio Bruno di allestire “non il solito film di zombie” incappa in una ricaduta viziosa sul canovaccio scandito ad hoc senza sorprese (l'unica, anzi, istiga un mormorio di disapprovazione). Questo gorgo stentato prende le mosse dalle varie telefonate che Hope scambia con la sorella. La progressione narrativa, così, è demandata per una percentuale esagerata alla comunicazione telematica ridimensionando lo sviluppo di matrice più survival, astrattamente impegnato nell'introspezione della stessa Hope. L'angoscia sottesa, suo malgrado, è un giacimento flebile cui non si attinge a dovere, smorzata da fattori tecnici e recitativi.

A conti fatti si configura pur sempre come uno sperimentalismo all'italiana. Aggiungendosi a una scia più o meno per le masse, da Il ragazzo invisibile fino a Veloce come il vento, difetta purtroppo di un consanguineo zombiesco cui rapportarsi. E non ha la forza di ergersi a caposaldo nonostante le mirabili peculiarità.

Davide Bianchi

In un mondo apocalittico dilaniato da un virus che tramuta gli esseri umani in zombie, un team di scienziati è stato assoldato dal governo statunitense per trovare un antidoto. Hope Walsh (Aylin Prandi), che di questo team fa parte, si risveglia legata e imbavagliata in una macchina in panne, abbandonata in un’isolata zona boschiva. La donna, che a causa del trauma subito durante l’incidente soffre di amnesia, combatte per la sopravvivenza barricata nell’abitacolo accerchiato da un’orda di zombie bramosi – che la contageranno mordendola – con a disposizione, come unica arma di salvezza, un cellulare attraverso il quale riesce a comunicare con la sorella.

Almost Dead, terzo lungometraggio dell’italiano Giorgio Bruno, è un ingannevole e atipico zombie-movie: i morti viventi – iconici alla Romero, e non realizzati in computergrafica – si dimostrano essere solo un pretesto, un veicolo di richiamo, necessario per spostare l’attenzione su temi più articolati, profondamente radicati nella società contemporanea post 11 settembre. La solitudine dell’individuo, il suo costante e spesso inconsapevole status di vittima, preda di un carnefice subdolo che, come un virus letale, intacca la società nella sua globalità partendo proprio dal suo interno.

Il contagio, da cui neppure Hope è immune e al quale non si sottrarrà – dapprima involontariamente, poi consciamente – diviene il punto di svolta della narrazione, una lenta e tortuosa strada che porta la protagonista a riconsiderare le sue stesse azioni con sguardo rinnovato dall’amnesia e a discostarsi dalle sue passate prese di posizione. In un mondo ormai allo sfascio, dove sono i governi che, giocando a travestirsi da Dio, decidono chi deve vivere e chi morire, quale diritto ha Hope Walsh di concedersi il lusso dell’incolumità?

Da creatura forgiata dal carnefice a paladina delle vittime, l’impaurita e lamentosa smemorata in preda al panico, si trasforma non solo in zombie, ma anche in incarnazione di una protesta silenziosa e avida di vendetta.

Bruno fa di virtù necessità, sopperendo al basso budget con l’intuizione di ambientare la pellicola nella sua quasi totalità all’interno di un’auto: approfitta ed ottimizza il limitato spazio che ha a disposizione per cimentarsi in una regia dinamica, ossessiva e claustrofobica. Hope viene ripresa da ogni angolazione possibile, la macchina da presa segue ogni suo movimento e si sofferma insistentemente sugli evidenti segni dei suoi cedimenti emotivi e della sua trasformazione. Ciò che risulta poco originale, se messo in relazione alla struttura di un film che non vuole essere solamente un horror, sono i dialoghi: ripetitivi e poco variegati rallentano l’avanzare della narrazione, sottraendo spazio ad una più marginale fatta di gesti e simboli, che sboccia solamente sul finale, dove l’antidoto ritrovato e mai usato si sobbarca il peso di emblema rappresentativo di un’incontrollabile massa di vittime a cui la salvezza è stata negata.

Benedetta Pallavidino